Fotografia: collezionare il passato.

31 Oct

Qualcuno ha detto che i fotografi lavorano nel presente ma sono (anche se spesso in modo inconsapevole) dei nostalgici del passato.  Vi è del vero in questa affermazione, dato che il fotografo è innanzitutto un collezionista.

Un collezionista (in questo caso di immagini) non ha altra ambizione che raccogliere, catalogare, custodire e tramandare un qualcosa che attiene al passato.

Il fotografo riprende sì per il futuro, ma lo fa con l’occhio sempre rivolto a ciò che è stato: pronto a vantarsi delle sue foto scattate in luoghi e tempi che sono già lontani. In fondo, già nel momento stesso in cui si è fatto clic, azionando l’otturatore, l’attimo fuggente, quel decimo, centesimo, millesimo di secondo, si è già allontanato, fissando sul negativo/sensore un qualcosa che testimonia quanto è successo e che – con quasi assoluta certezza – può dirsi che non si ripeterà più nello stesso identico modo.

E’ una vestale della memoria che, diversamente dalle altre arti figurative, difficilmente ha modo di sfuggire alla registrazione del fatto in sé, e per quanto si dedichi a manipolazioni estreme del risultato al fine di produrre un qualcosa di diverso, questo qualcosa – per quanto artefatto – continua a mantenere una forte connotazione con la realtà registrata.

Un pittore può raffigurarsi un mondo onirico e dipingerlo: forme astratte o simboliche che recidono ogni legame con la realtà per mostrarne una del tutto fantasiosa. Uno scultore può lavorare la pietra per ricavarne oggetti che possono essere raffigurazioni avulse dalla quotidiana visione delle cose. Il fotografo no: può anche falsare i colori, può assemblare scatti diversi, può agire su prospettive falsate, addentrarsi nell’artefatto, ovvero entrare nell’estremamente piccolo e invisibile all’occhio umano, ma pur tuttavia mai riuscirà a recidere il cordone ombelicare che lega l’immagine al suo soggetto reale.

Per certi versi è un notaio dell’attimo fuggente. Lo cattura, lo conserva, lo mostra. La sua capacità artistica si sviluppa per vie diverse dal quella  manualità che è patrimonio del pittore o dello scultore. La sua abilità si esprime attraverso l’originalità della prospettiva, della inquadratura e della sensibilità nel cogliere quell’istante magico in cui il tutto si fa sintesi: la luce viene addomesticata, la forma si esprime compiutamente, la stasi diventa narrazione dinamica di un fatto, di un momento, di una figura.

Si dice che la fotografia non descrive, ma illustra. La descrizione appartiene al processo verbale, alla prosa, alla poesia. Attraverso un processo olistico in cui il tutto (l’immagine) è maggiore dell’insieme delle sue parti (contesto, suggestioni, informazioni assunte a qualunque titolo) si è indotti a ritenere un’immagine di per sé fortemente descrittiva. In realtà  il racconto insito nel fatto documentato appartiene alle deduzioni tratte dall’osservatore. Sarebbe forse più preciso dire alla cultura dell’osservatore.

La fotografia è di per sé neutrale, obiettiva, trasparente, decisamente spoglia ed essenziale. L’immagine racconta se stessa, come farebbe uno specchio.

Se guardandoci attraverso lo specchio possiamo desumere che abbiamo le occhiaie e quindi siamo stanchi, o contare le rughe e quindi siamo vecchi, o vederci oltremodo pallidi e tirati e quindi non siamo perfettamente in forma, ciò non appartiene al dialogo che lo specchio ci rimanda, ma alla nostra personale deduzione sulla scorta della quale possiamo avviarci sui sentieri arditi della fantasticazione senza tema di contraddittorio, giacché l’immagine è muta.

Diversamente dal film che procede per momenti temporali e sviluppa narrazioni complesse, la fotografia congela l’attimo e lo esprime per quel che è. Quell’attimo è già cronaca, anticamera della storia, si iscrive automaticamente all’albo di ciò che è stato e non potrà più essere:  la foto è l’icona di quel momento.

Nel consegnare al futuro le immagini, il fotografo assolve ad una funzione che è propria dell’uomo: perpetuare la memoria e salvare il passato dall’oblio. Non un passato racchiuso nelle parole, ma congelato in tanti minuscoli frammenti in cui si rispecchia una realtà che – in qualche modo – è stata fotografata.

Questa osservazione ci porta ad affrontare il tema spinoso della conservazione della memoria nell’epoca digitale, in cui la somma dei bytes assolve a ciò che un tempo facevano i negativi. Innumerevoli foto scattate a mitraglia grazie all’economicità del processo di memorizzazione sulle schede nelle fotocamere digitali sono accomunate da un unico spaventevole destino: essere cancellate o sparire per una errata formattazione oppure per la rottura del supporto di memorizzazione. Viaggi, eventi, persone, momenti importanti e non vengono registrati per finire al macero come gli archivi di uno scantinato invaso dall’alluvione: irrimediabilmente persi.

Si è consapevoli di questo delicato processo che affida al silicio la nostra documentazione? Non esserlo pienamente, potrebbe finire col somigliare a colui che scrive sulla sabbia.

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