Archive | February, 2013

Il contorsionismo estetico in fotografia

22 Feb

Quando la fotografia cominciò ad affermarsi molti pittori ritennero che forse era giunto il momento di cambiare mestiere e si dedicarono alla nuova forma espressiva abbandonando pennelli, colori e tele. Molti altri la videro come un’opportunità e la utilizzarono come strumento per raccogliere immagini da trasferire successivamente sui propri quadri.

Anche lo stile delle prime fotografie era uno stile decisamente pittorico: i soggetti e gli sfondi venivano accuratamente studiati ed inseriti proprio come se si trattasse di dipingere una tela e la gestione della luce era decisamente improntata all’esperienza pittorica. I ritrattisti di un tempo aprivano i loro studi fotografici in abbaini dotati di vetrate esposte a nord per sfruttarne la morbida luce da esse diffusa.

Occorse del tempo perché la fotografia si avviasse sulla propria strada, ancorché quel cordone ombelicale che la tiene in qualche modo ancorata alla pittura non si è mai del tutto staccato e probabilmente mai si staccherà.

Questo preambolo è necessario per parlare della fotografia che ha vinto per il 2013 il World Press. Una fotografia scattata dallo svedese Paul Hansen per la rivista Dagens Nyheter dal titolo “Funerale a Gaza”, foto che riportiamo in fondo a queste righe. L’immagine ritrae il funerale di due fratellini palestinesi di due e tre anni uccisi da un missile israeliano, vittime innocenti che  l’asettica quanto angosciante terminologia militare definisce  col termine”danni collaterali”. La giuria ha ritenuto di premiare la foto per  “il contrasto tra dolore e rabbia negli adulti contrapposto all’innocenza delle piccole vittime”.

Una immagine di guerra che ha suscitato, per la sua tecnica (ed è per questo che ne parlo), non poche polemiche. L’immagine è infatti viziata da un evidentissimo quanto rimarchevole ritocco in fase di post riproduzione. L’editing digitale ha stravolto i connotati luminosi del  vicoletto in cui il funerale si sta svolgendo,  trasformandolo in un set pittorico in cui le luci sono posizionate dall’artista in funzione della propria visione creativa.

Se si osserva attentamente si noterà che la luce solare, l’unica possibile che può  illuminare il vicolo, viene dall’alto a destra di chi guarda. Lo si rileva dalle due ombre (le poche naturali  lasciate dall’editor) proiettate dal  balcone in alto a sinistra e dal filo elettrico volante che immagino alimenti il campanello posto di fianco all’uscio in primo piano a sinistra. Lo stesso pulsante del campanello evidenzia, con una piccola ombra,  il medesimo orientamento della luce.  E’ una luce meridiana, lo si desume dalle ombre corte e nette, una luce abbagliante che brucia il cielo e brilla sulle sommità delle teste, specie quelle pelate.

Impossibile in queste condizioni che i volti non presentino, a loro volta ombre dure e nette. Le facce sono invece perfettamente illuminate, come se un grosso pannello riflettente, come quello usato dai cineasti per le riprese dei film, o un potente spot sapientemente utilizzato abbia perfettamente bilanciato la sorgente luminosa principale. I muri delle case, teoricamente in ombra,  e quelli delle costruzioni su cui il sole proietta i suoi raggi non presentano sostanziali differenze di luminosità.

L’uomo con i baffi, più a sinistra nella foto, ha l’orecchio sinistro illuminato dal sole che ne rende quasi trasparente il padiglione auricolare ed, al tempo stesso, risulta illuminato da una luce complementare che gli rischiara il mento e la guancia destra. La foto presenta quindi una gamma dinamica che scavalca persino le più alte percezioni visive dell’occhio umano.  Si è ottenuta quindi un’immagine surreale.

Non c’è bisogno di rifarsi al famoso quadro di Caravaggio, La conversione di San Paolo, per capire che quel tipo di luce, nella realtà, avrebbe creato proprio l’effetto sapientemente valorizzato dal celebre pittore: un fascio di luce intensa che investe cavallo e cavaliere dall’alto a destra, lasciando ombre nette e profonde sulla parte non illuminata.

Questa tecnica di “rischiaramento” delle parti scure prende il nome di HDR (High Dynamic Range) e normalmente si fa fondendo tre immagini esattamente identiche ma che sono state scattate con fattori di esposizione diversi (sottoesposta, mediamente esposta, sovraesposta), ma nel caso specifico, si è operato solo su un’unica immagine con un paziente quanto sapiente lavoro di aggiustamento della gamma dinamica e della saturazione.

La giuria si è resa perfettamente conto del fatto che ha dovuto giudicare una foto profondamente ritoccata nella sua veste figurativa, ma ha deciso di premiarla egualmente per la forza narrativa ed evocativa.

L’autore non ha fatto nulla di proibito  nel rivestire  l’immagine di un’aura decisamente pittorica,  anche se possiamo immaginare che un Robert Capa non l’avrebbe mai fatto pur se avesse avuto a disposizione le moderne tecnologie.

Il punto in questione, a mio avviso, è semplicemente quello di trovarci spettatori di una trasformazione della realtà sconfinata in una dimensione stilistica che indulge decisamente al compiacimento estetico.

Mi chiedo cioè, e non posso non domandarmelo, se quella fotografia avrebbe mantenuto la stessa forza di denuncia – mantenendo saldi i principi per cui è stata premiata –  anche se fosse stata presentata con l’illuminazione naturale registrata nello scatto originale. La forza espressiva dei volti è stata amplificata e quindi resa più “leggibile” dal ritocco oppure l’avremmo egualmente colta?

Io penso – ed è questo il motivo principale per cui ne parlo –  che questa foto rifletta un comune modo di pensare che sta affermandosi in questi anni: quello del “bello subito”. Una evoluzione ( o forse involuzione) imposta dai format pubblicitari, dall’avvento della post riproduzione digitale, dagli schermi piatti e eccezionalmente luminosi, dal gusto per i colori e le luci piene. Possiamo chiamarlo un contorsionismo estetico che conduce moltissimi fotografi su un percorso omologato e standardizzato dai gusti di un pubblico a cui bisogna vendere merendine e profumi.

Nulla di scandaloso, probabilmente si tratta di una moda artistica come molte altre. Gli stile e le tendenze si susseguono continuamente, spariscono e ritornano sotto altra veste. Il mondo ha visto passare classico, neoclassico, barocco, liberty così come ha registrato l’avvento dell’impressionismo, del cubismo, dell’astrattismo  ed altro ancora.

Dai fratelli Lumiere a Tarantino è passato assai meno tempo di quello che è trascorso tra Giulio Cesare e Costantino. Eppure, in così breve lasso, mezzi, tecnica e gusti sono così profondamente mutati da far sembrare archeologia i quarantacinque secondi de ” L’arrivo del Treno alla stazione di La Ciotat” del 1895.

Per quanto decisamente diversa nella tragicità e nella storia narrata, mi è tornata in mente la struggente e bellissima immagine del bambino senzatetto scattata da Gustave Rejlander intorno al 1860. Una fotografia di straordinario effetto realistico da cui traspare la notevole formazione pittorica dell’autore che racconta – da par suo e con gli stilemi che gli erano propri  in quell’arte figurativa – una condizione sociale tristissima. Una fotografia  poco nota al grosso pubblico, ma che ha anticipato di decenni i lavori di autori fortemente impegnati nella denuncia sociale come Lange, Hine, Salgado ed altri ancora.

Rejlander, nel 1860, non disponeva di macchine digitali, né conosceva Photoshop. Usò l’inquadratura e la luce naturale per ottenere un’istantanea il cui pregio è la perfetta sintesi tra documentazione e ricerca artistica.

Non fu l’unico, altri seguirono con successo quella strada. Oggi evidentemente ciò non basta più: non basta più inquadrare in modo originale o cogliere momenti di grande valore evocativo. Bisogna anche stupire. Occorre che in un mondo affollato da milioni di immagini sfornate da giornali, televisione ed internet, già perfette per merito della tecnologia che consegna strumenti fotografici precisi e quasi infallibili, si aggiunga una ciliegina, uno spruzzo di panna, qualcosa di diverso in più per non far ammuffire ignorato sul bancone ciò che di buono è stato sfornato.

Questo è quanto la foto premiata mi ha  indotto a considerare: può ancora dirsi che la bellezza di un’immagine consista nella sua espressività?  Se sostanzialmente è così, tant’è che la motivazione del premio si fonda su questo assunto, è davvero necessario “abbellirne” la realtà per meglio dire che essa è vera?

Paul Hansen - funerale a Gaza

http://www.bensaver.it

© diritti riservati – vietata la pubblicazione non autorizzata (SB)

 

Le otto “W” della fotografia

16 Feb

Credo che tutti conoscano le cinque W (regola aurea dello stile giornalistico di formazione anglosassone) ritenute i cardini fondamentali nell’attacco di ogni articolo:

  • –  WHO (« Chi») – Di chi stiamo parlando
  • –  WHAT («Cosa») – Di che cosa stiamo parlando
  • –  WHEN («Quando») – Quando è successo ciò di cui stiamo parlando
  • – WHERE («Dove») – Dove si è verificato
  • –  WHY («Perché») – Perché è accaduto

Risulta che un noto giornalista televisivo americano, specializzato nel campo della comunicazione, abbia rivisitato le cinque W del giornalismo modificandole come segue:

  • –  Who are we trying to communicate to? – A chi stiamo cercando di comunicare?
  • –  What do they want to talk about? – Di che cosa la gente è interessata a parlare?
  • –  Where are they going to be receiving this information? – Dove ( e con che mezzo) riceveranno questa informazione?
  • –  When are we delivering it? – Quando questa informazione verrà erogata?
  • –  Why should they care about receiving it from us? – Perché la gente dovrebbe essere interessata a ricevere questa informazione da noi piuttosto che da altri?

Indubbiamente un modo del tutto moderno per impostare l’informazione, nel quale, per dirne una, si sposta il soggetto (Who = Chi) dalla persona di cui si intende parlare, alla persona alla quale si intende parlare. Se si legge attentamente questo secondo schema, si osserverà che viene privilegiato non l’ oggettività di un fatto in sé ma l’adattamento dello stesso al pubblico a cui dovrà essere raccontato. In un certo senso la priorità va all’uditorio in modo da modulare formulazioni,  tempi e modi per renderle appetibili e più “vendibili” presso lo stesso.

Un approccio potremmo dire più “politico” e “pubblicitario” che stravolge quello più pragmatico della tradizionale formula giornalistica.

In realtà nulla di nuovo sotto il sole. Già nell’ambito filosofico e teologico morale risulta ben noto lo schema creato da S. Tommaso d’Aquino. Il filosofo codificò una distinzione tra condizioni inerenti l’oggetto e quelle che riguardano il soggetto. Non è secondario infatti mettere in evidenza le circostanze in cui il “Who (Chi)”  ha agito, in considerazione del fatto che tali circostanze posso mettere sotto altra luce il fatto (” What (Che cosa)”.

Cosicché il filosofo aquinate aveva aumentato ad otto il numero degli elementi di un fatto o azione. Ma siccome a quel tempo la lingua franca era il latino e non l’inglese, le elencò come segue:

  • –  QUIS ( Who – Chi) – chi ha commesso l’azione?
  • –  QUID ( What – Cosa) – che cosa ha fatto costui?
  • –  QUANDO (When, Quando) – quando è accaduto il fatto?
  • –  UBI (Where, Dove) – dove è successo ciò di cui si parla?
  • –  CUR (Why, Perché) – perché il fatto si è verificato?
  • –  QUANTUM  – di che ammontare si tratta (inteso come valore o quantità)?
  • –  QUOMODO – in che modo il fatto si è realizzato?
  • –  QUIBUS AUXILIIS – con che mezzi o strumenti è stato possibile commetterlo?

Incredibile dictu, in epoca attuale, l’antico elenco composto da S.Tommaso d’Aquino appare pienamente conforme ad una corretta informazione. Anzi, paradossalmente risulta più moderno e completo dello schema a cinque W proposto dal mondo giornalistico anglosassone e più obiettivo e meno strumentale (inteso come a servizio di) dello schema pubblicitario.

Mi sia perdonata questa lunga, ma ritengo utile, premessa. Qualcuno si starà domandando che cosa c’entri tutto questo con la fotografia. A mio parere moltissimo.

Soprattutto lo schema ad otto punti mi pare pienamente utilizzabile sia nel campo della lettura fotografica, che nella realizzazione di una ripresa fotografica.

Mentre lo schema a cinque punti proposto dal moderno comunicatore americano potrebbe avere una qualche validità nell’assegnare un valore di efficacia comunicativa (con relativo valore economico) per una immagine che deve accompagnare una campagna pubblicitaria, in un contesto generale lo schema ad otto punti rappresenta una meravigliosa tabella di riferimento.

Esaminando una qualsiasi foto potremmo cominciare a chiederci:

  • –  Chi è il soggetto della fotografia? ( Già questo aspetto è di grande valore se si pensa alle spaventose quantità di immagini in cui non si capisce chi esso sia).
  • –  Quale fatto viene rappresentato? ( Un ritratto, una scena ambientata, un panorama,…)
  • –  C’è correlazione temporale o ambientale? ( Storica, sociale, )
  • –  Traspare la localizzazione? (Contesto geografico o semplicemente contestuale)
  • –  Emerge lo scopo della fotografia? ( Estetico, narrativo, didascalico, burlesco, astratto…?)
  • –  E’ una immagine singola o è parte di una sequenza o reportage più articolato?
  • –  In che modo il fotografo ha prodotto la sua fotografia? ( Prospettiva, posizionamento,…)
  • –  Di quali mezzi si è avvalso per realizzarla? (Ottici e meccanici oppure chimici o informatici)

Già questa elencazione permette di formare un quadro sufficientemente completo  ai fini di una analisi fotografica, perché risponde a delle domande che vanno al di là della semplice affermazione: mi piace o non mi piace.

Mi piace o non mi piace è una reazione istintiva e assolutamente comprensibile che non può essere sottovalutata. Tanto per dirne una, ogni giorno milioni di persone acquistano oggetti solo per il fatto che a loro piacciono, infischiandosene bellamente di sapere chi, dove, come, quando e con che cosa sono stati prodotti. La stragrande maggioranza passando davanti ad una vetrina e vedendo un paio di scarpe che aggradano anche per il prezzo, entrano e chiedono se hanno il numero giusto. Punto. Se proprio non si accorgono della presenza di un qualche inconveniente o difetto, lo acquistano e non si domandano chi lo abbia fisicamente prodotto, in che condizioni lo abbia fatto e con quali prodotti chimici sia stata trattata la tomaia.

Intendo dire con questo che la soggettività, l’impressione immediata sovente determina una scala di valori. Un antico adagio recita: la prima impressione è quella che conta. L’esperienza della vita, invece, ci racconta come molto spesso persone che a prima vista apparivano scostanti e antipatiche si siano, col tempo e la frequentazione, rivelate generose, disponibili ed amici sinceri.

Una fotografia, come tutte le arti visive, si regge in primis su aspetti formali che queste righe non intendono oscurare. Pacchiani o imperdonabili errori formali non possono trovare totale compensazione nella bontà dell’idea che regge la produzione fotografica. Pur tuttavia esistono delle famose eccezioni che dovrebbero tacitare i formalisti radicali. Mi riferisco – per fare un esempio clamoroso – alle immagini scattate da Robert Capa (il cui vero nome era Endre Friedman) sullo sbarco in Normandia durante la II° Guerra Mondiale. Delle 72 foto che Capa scattò quella mattina, per un errore di un tecnico di laboratorio, se ne salvarono solo 11. In particolare diverse immagini mosse, neanche correttamente esposte, ma che rappresentano una rara testimonianza di quel terribile e sanguinoso evento. Per la cronaca, l’immagine fu pubblicata da LIFE con una didascalia che le segnalava come ” Slightly out of focus “, appena sfocate.

Chi la guardasse, men che distrattamente, sarebbe obbligato ad andare al di là dell’immagine scarsamente nitida. In essa ci sono tutti gli otto punti dello schema: un soldato immerso nel grigiore dell’acqua gelida e immaginiamo vermiglia per il sangue dei caduti (il CHI), il tentativo di arrivare vivo sulla spiaggia (CHE COSA), il momento storico del 6 giugno 1944 (QUANDO), il contesto formato dalle difese disposte dai tedeschi sulla battigia di Omaha Beach (DOVE), il fatto documentativo ( PERCHE’), e infine: sappiamo che è un’immagine tratta da un reportage, che Capa visse lo sbarco in prima persona rischiando la propria vita in mezzo ai proiettili e la prospettiva era la stessa dei soldati, che utilizzò una fotocamera 35mm ed un obiettivo a focale fissa. Ma soprattutto, sappiamo che queste foto sono un documento eccezionale su un episodio storico sanguinosissimo ripreso in diretta.

Tutto questo dovrebbe insegnare che guardare una fotografia, per certi versi, è un po’ come guardare una persona. Va bene la prima impressione, ma bisognerebbe sforzarsi di andare oltre. Per questo le otto W ci possono tornare utili. Imparare ad analizzare non è solo un esercizio di obiettività, ma ci pone al riparo da esprimere giudizi immediati e non sorretti da altro che non siano la nostra personalissima e umanamente fallibile sensazione.

capa-normandia

 

http://www.bensaver.it

© diritti riservati – vietata la pubblicazione non autorizzata (SB)

Leggere la fotografia

5 Feb

Il primo momento in avvio di un percorso didattico riservato agli allievi di un corso di fotografia del nostro fotoclub
lo dedico alla presentazione di un’immagine.
Non una in particolare, bensì una qualsiasi, prelevata dalla discreta raccolta di foto d’autore che colleziono da anni.
La mostro chiedendo agli smarriti neofiti di osservarla e dirmi semplicemente che cosa ne pensano aggiungendo,
possibilmente, qualche motivo a corredo della loro opinione.
Dopo che ogni allievo ha espresso il proprio parere, qualunque esso sia, considero chiusa la prima parte dell’esperimento.
Ritiro la fotografia e prometto di ripresentarla nell’ultima sessione del corso.
L’esperimento, come mi piace definirlo, conferma con impressionante regolarità che il primo giudizio manifestato dal
neofita ( ma posso assicurare che non è raro verificare un analogo comportamento da parte di cosiddetti fotoamatori evoluti) è di tipo esclusivamente emozionale.
Emozionare deriva dal latino “emovere”, che aveva il significato di portar fuori, smuovere.
Identifica quindi un fatto dinamico che attiva sentimenti o sensazioni sopite.
Il processo mentale che fa emergere questi sentimenti attiene alla sfera individuale di ciascun individuo,
legato com’è ad esperienze, ricordi, istruzione, cultura e subconsci più o meno latenti.
Per dirla alla Roland Barthes ( La camera chiara) non traspare l’oggettività dello “studium”, ma il “punctum”, ovvero quell’elemento che “punge” la nostra sensibilità e che – per sua natura – è connesso alla relatività di ogni singolo, personalissimo vissuto.
Esemplificando posso dire che una foto che ritrae una bella ragazza o un bel panorama ha una probabilità prossima al cento per cento di essere valutata positivamente.

Ma è corretto leggere un’immagine basandosi solo sull’estetica del soggetto raffigurato? Sarebbe come giudicare l’opera ” I promessi sposi” di Alessandro Manzoni unicamente dalla lettura del finale dell’VIII capitolo in cui la prosa ” Addio monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo….” si trasforma in una lirica di mirabile bellezza, un cammeo che esalta un’opera di per sé già grandiosa.
Può, mi chiedo, una giuria decidere della sorte di un imputato sulla suggestione del suo sguardo mite e dei suoi modi dimessi?
Esiste un modo “asettico”, neutro e del tutto oggettivo per leggere un’immagine consentendo di esprimere una valutazione men che personale? In via assoluta è probabile che non esista in modo così netto e tranchant. In campo artistico pensare di abolire totalmente l’equazione ” è bello ciò che piace” è come pensare di contestare l’aforisma di Pascal “Il cuore ha ragioni che la ragione non conosce”.
Per converso uno dei difetti che più rilevo nel processo di lettura di un’immagine da parte di molti fotoamatori cosiddetti evoluti è quello di basarsi, sic et simpliciter, su questioni meramente formali. Cito per esempio il non perfetto allineamento o qualche linea cadente, la presenza di una leggera sfocatura o di una mano mossa, marginali sovraesposizioni o sottoesposizioni. Lo chiamo il giudizio del geometra (absit iniuria verbis) perché opera di righello infischiandosene di tutto il resto.
Gran parte delle letture si dividono tra questi due metri di giudizio del tutto estremi: l’assolutamente emotivo e l’assolutamente anatomico. Ognuna di esse ha la sua parte di verità, ma senza possederla del tutto.
Appare quindi necessario operare sullo sviluppo del bagaglio culturale di un allievo, sforzandosi di dotare il suo criterio
di lettura di chiavi che non siano esclusivamente emozionali ed istintive ammonendolo nel contempo a non essere dogmatico.
La fotografia ha avuto il merito – rispetto alla pittura – di nobilitare oggetti ed aspetti della vita che l’arte pittorica non aveva precedentemente preso in considerazione. La fotografia ha avviato un nuovo modo di raffigurare le cose. Per dirla alla Picasso, ha sciolto il pittore dal vincolo di disegnare la realtà spingendolo ad interpretarla.

Un buon punto di partenza, che condivido, mi pare possa essere quello di fondare il criterio di lettura sull’attenta osservazione di tre aspetti correlati all’immagine: la forma, il contenuto, il contesto.
Non credo esista una graduatoria nel peso da assegnare a ciascuno dei suddetti tre elementi.
Certo è che non è secondario contestualizzare un’immagine, collocarla correttamente nell’alveo di un aspetto più articolato ( potrebbe trattarsi di un fotogramma di un lavoro più complesso o anche una rappresentazione di un momento storico ben preciso). Capire se l’immagine si limita a descrivere (puro registratore di fatti) ovvero sia apportatrice di valori simbolici non è cosa di poco conto. Conoscere l’autore, lo stile, il suo percorso, le sue idee è una tessera che è bene sia aggiunta al puzzle cognitivo.
Normalmente può capitare però di trovarsi di fronte ad una fotografia singola, in relazione alla quale probabilmente nulla sappiamo dell’autore (“Carneade: chi era costui?”), e – aggiungiamoci pure – nulla conosciamo della genesi o della modalità tecnica impiegata.

La lettura dovrebbe svilupparsi su diversi piani, assunti singolarmente con cura ed attenzione e sforzandosi di non fare una banale lista della spesa. Ha importanza la centralità del soggetto (intesa come inequivocabilità del soggetto principale che eviti la domanda spesso angosciante ” ma che cosa voleva esattamente riprendere costui?”), l’equilibrio degli elementi compositivi tra cui vanno annoverati il rispetto della sezione aurea, la pulizia, la proprozione tra vuoti e pieni, la presenza o meno di quinte che eccedano alla loro funzione scenica, una gradevole proporzione dello spazio assegnato al cielo o al fondale della scena ripresa, la successione dei campi (l’immagine esalta i piani prospettici e li valorizza o piuttosto appiattisce il tutto?). Si valuti poi l’armonia cromatica nella foto a colori, ovvero la gamma dei grigi la purezza del bianco e la profondità del nero nel bianco e nero. Eventuali persone fotografate con che taglio sono state riprese: campo lungo, figura intera, taglio americano, mezzo piano, primo piano o primissimo? Com’è la loro espressione? E la postura? Vi è corretta messa a fuoco sugli occhi nel ritratto? Com’è contributo dello sfocato? Il tipo di illuminazione è morbido o duro? Come sono le ombre: modellanti o fin troppo decise? Concentrarsi sul contenuto può essere utile a capire (con tutti i limiti che questo verbo qui ha) il messaggio di cui la foto è portatrice, quindi se essa descrive un fatto o lo usa per declinare una propria personale idea del fatto in sé. La foto appare manifestamente e pesantemente manipolata in postriproduzione oppure è fedele alla realtà? Se è stata ritoccata, si è aggiunto solo valore estetico o anche sostanziale al suo contenuto? Il punto di ripresa ci appare indovinato, originale oppure è banale o addirittura poco felice? Che cosa prevale nella fotografia: il soggetto o l’inquadratura? E ancora: la fotografia che si sta esaminando è una narrazione o una raffigurazione? In essa si possono trovare dei riscontri o assonanze con altre arti visive? Se ha un titolo, esso ci appare coerente, ci aiuta nel capirla meglio o piuttosto lo troviamo fuorviante? Infine, se ci emoziona, riusciamo a capire che cosa istintivamente ce la fa piacere a prima vista o aborrire? Dipende solo dalla natura del soggetto fotografato, dal suo contesto o c’è qualcos’altro che ci sfugge? Nella foto vi è una qualche armonia o emergono delle disarticolazioni?

La declinazione dei vari elementi consente quanto meno di non “sparare” giudizi affrettati e comunque fondati “prima facie” su elementi squisitamente soggettivi (toccano le corde della nostra sensibilità) o inclinazione alla pedanteria.
Leggere una fotografia non deve però limitarsi ad essere un procedimento che consenta di elencare una serie di parametri come se si procedesse ad un esame del sangue, anche perché sovente difettano i valori medi di riferimento che marchino gli scostamenti.
Leggere significa anche giungere a trarre delle conclusioni, sempre espresse con la delicatezza dovuta alla consapevolezza che in fotografia non sempre due più due fanno quattro.
La lettura dell’immagine è frutto di lunghi e costanti esercizi, un allenamento allo studio che è anche fatica e confronto continuo. Quanto più si spende il proprio tempo nella lettura commentata (condivisibile o meno) dei lavori dei grandi maestri della fotografia, tanto più si affinano le capacità valutative e si amplia il proprio orizzonte visivo.
La riprova l’ho costantemente avuta al termine di ogni corso, quando, ripresentata la fotografia esibita all’inizio dello stesso, ho modo di verificare che i commenti sono pressoché totalmente cambiati e che l’immagine è vista con occhi nuovi e soprattutto con un atteggiamento mentale più aperto e decisamente più attento ad aspetti prima neppure considerati.

lettura2

 

http://www.bensaver.it

© diritti riservati – vietata la pubblicazione non autorizzata (SB)