Leggere la fotografia

5 Feb

Il primo momento in avvio di un percorso didattico riservato agli allievi di un corso di fotografia del nostro fotoclub
lo dedico alla presentazione di un’immagine.
Non una in particolare, bensì una qualsiasi, prelevata dalla discreta raccolta di foto d’autore che colleziono da anni.
La mostro chiedendo agli smarriti neofiti di osservarla e dirmi semplicemente che cosa ne pensano aggiungendo,
possibilmente, qualche motivo a corredo della loro opinione.
Dopo che ogni allievo ha espresso il proprio parere, qualunque esso sia, considero chiusa la prima parte dell’esperimento.
Ritiro la fotografia e prometto di ripresentarla nell’ultima sessione del corso.
L’esperimento, come mi piace definirlo, conferma con impressionante regolarità che il primo giudizio manifestato dal
neofita ( ma posso assicurare che non è raro verificare un analogo comportamento da parte di cosiddetti fotoamatori evoluti) è di tipo esclusivamente emozionale.
Emozionare deriva dal latino “emovere”, che aveva il significato di portar fuori, smuovere.
Identifica quindi un fatto dinamico che attiva sentimenti o sensazioni sopite.
Il processo mentale che fa emergere questi sentimenti attiene alla sfera individuale di ciascun individuo,
legato com’è ad esperienze, ricordi, istruzione, cultura e subconsci più o meno latenti.
Per dirla alla Roland Barthes ( La camera chiara) non traspare l’oggettività dello “studium”, ma il “punctum”, ovvero quell’elemento che “punge” la nostra sensibilità e che – per sua natura – è connesso alla relatività di ogni singolo, personalissimo vissuto.
Esemplificando posso dire che una foto che ritrae una bella ragazza o un bel panorama ha una probabilità prossima al cento per cento di essere valutata positivamente.

Ma è corretto leggere un’immagine basandosi solo sull’estetica del soggetto raffigurato? Sarebbe come giudicare l’opera ” I promessi sposi” di Alessandro Manzoni unicamente dalla lettura del finale dell’VIII capitolo in cui la prosa ” Addio monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo….” si trasforma in una lirica di mirabile bellezza, un cammeo che esalta un’opera di per sé già grandiosa.
Può, mi chiedo, una giuria decidere della sorte di un imputato sulla suggestione del suo sguardo mite e dei suoi modi dimessi?
Esiste un modo “asettico”, neutro e del tutto oggettivo per leggere un’immagine consentendo di esprimere una valutazione men che personale? In via assoluta è probabile che non esista in modo così netto e tranchant. In campo artistico pensare di abolire totalmente l’equazione ” è bello ciò che piace” è come pensare di contestare l’aforisma di Pascal “Il cuore ha ragioni che la ragione non conosce”.
Per converso uno dei difetti che più rilevo nel processo di lettura di un’immagine da parte di molti fotoamatori cosiddetti evoluti è quello di basarsi, sic et simpliciter, su questioni meramente formali. Cito per esempio il non perfetto allineamento o qualche linea cadente, la presenza di una leggera sfocatura o di una mano mossa, marginali sovraesposizioni o sottoesposizioni. Lo chiamo il giudizio del geometra (absit iniuria verbis) perché opera di righello infischiandosene di tutto il resto.
Gran parte delle letture si dividono tra questi due metri di giudizio del tutto estremi: l’assolutamente emotivo e l’assolutamente anatomico. Ognuna di esse ha la sua parte di verità, ma senza possederla del tutto.
Appare quindi necessario operare sullo sviluppo del bagaglio culturale di un allievo, sforzandosi di dotare il suo criterio
di lettura di chiavi che non siano esclusivamente emozionali ed istintive ammonendolo nel contempo a non essere dogmatico.
La fotografia ha avuto il merito – rispetto alla pittura – di nobilitare oggetti ed aspetti della vita che l’arte pittorica non aveva precedentemente preso in considerazione. La fotografia ha avviato un nuovo modo di raffigurare le cose. Per dirla alla Picasso, ha sciolto il pittore dal vincolo di disegnare la realtà spingendolo ad interpretarla.

Un buon punto di partenza, che condivido, mi pare possa essere quello di fondare il criterio di lettura sull’attenta osservazione di tre aspetti correlati all’immagine: la forma, il contenuto, il contesto.
Non credo esista una graduatoria nel peso da assegnare a ciascuno dei suddetti tre elementi.
Certo è che non è secondario contestualizzare un’immagine, collocarla correttamente nell’alveo di un aspetto più articolato ( potrebbe trattarsi di un fotogramma di un lavoro più complesso o anche una rappresentazione di un momento storico ben preciso). Capire se l’immagine si limita a descrivere (puro registratore di fatti) ovvero sia apportatrice di valori simbolici non è cosa di poco conto. Conoscere l’autore, lo stile, il suo percorso, le sue idee è una tessera che è bene sia aggiunta al puzzle cognitivo.
Normalmente può capitare però di trovarsi di fronte ad una fotografia singola, in relazione alla quale probabilmente nulla sappiamo dell’autore (“Carneade: chi era costui?”), e – aggiungiamoci pure – nulla conosciamo della genesi o della modalità tecnica impiegata.

La lettura dovrebbe svilupparsi su diversi piani, assunti singolarmente con cura ed attenzione e sforzandosi di non fare una banale lista della spesa. Ha importanza la centralità del soggetto (intesa come inequivocabilità del soggetto principale che eviti la domanda spesso angosciante ” ma che cosa voleva esattamente riprendere costui?”), l’equilibrio degli elementi compositivi tra cui vanno annoverati il rispetto della sezione aurea, la pulizia, la proprozione tra vuoti e pieni, la presenza o meno di quinte che eccedano alla loro funzione scenica, una gradevole proporzione dello spazio assegnato al cielo o al fondale della scena ripresa, la successione dei campi (l’immagine esalta i piani prospettici e li valorizza o piuttosto appiattisce il tutto?). Si valuti poi l’armonia cromatica nella foto a colori, ovvero la gamma dei grigi la purezza del bianco e la profondità del nero nel bianco e nero. Eventuali persone fotografate con che taglio sono state riprese: campo lungo, figura intera, taglio americano, mezzo piano, primo piano o primissimo? Com’è la loro espressione? E la postura? Vi è corretta messa a fuoco sugli occhi nel ritratto? Com’è contributo dello sfocato? Il tipo di illuminazione è morbido o duro? Come sono le ombre: modellanti o fin troppo decise? Concentrarsi sul contenuto può essere utile a capire (con tutti i limiti che questo verbo qui ha) il messaggio di cui la foto è portatrice, quindi se essa descrive un fatto o lo usa per declinare una propria personale idea del fatto in sé. La foto appare manifestamente e pesantemente manipolata in postriproduzione oppure è fedele alla realtà? Se è stata ritoccata, si è aggiunto solo valore estetico o anche sostanziale al suo contenuto? Il punto di ripresa ci appare indovinato, originale oppure è banale o addirittura poco felice? Che cosa prevale nella fotografia: il soggetto o l’inquadratura? E ancora: la fotografia che si sta esaminando è una narrazione o una raffigurazione? In essa si possono trovare dei riscontri o assonanze con altre arti visive? Se ha un titolo, esso ci appare coerente, ci aiuta nel capirla meglio o piuttosto lo troviamo fuorviante? Infine, se ci emoziona, riusciamo a capire che cosa istintivamente ce la fa piacere a prima vista o aborrire? Dipende solo dalla natura del soggetto fotografato, dal suo contesto o c’è qualcos’altro che ci sfugge? Nella foto vi è una qualche armonia o emergono delle disarticolazioni?

La declinazione dei vari elementi consente quanto meno di non “sparare” giudizi affrettati e comunque fondati “prima facie” su elementi squisitamente soggettivi (toccano le corde della nostra sensibilità) o inclinazione alla pedanteria.
Leggere una fotografia non deve però limitarsi ad essere un procedimento che consenta di elencare una serie di parametri come se si procedesse ad un esame del sangue, anche perché sovente difettano i valori medi di riferimento che marchino gli scostamenti.
Leggere significa anche giungere a trarre delle conclusioni, sempre espresse con la delicatezza dovuta alla consapevolezza che in fotografia non sempre due più due fanno quattro.
La lettura dell’immagine è frutto di lunghi e costanti esercizi, un allenamento allo studio che è anche fatica e confronto continuo. Quanto più si spende il proprio tempo nella lettura commentata (condivisibile o meno) dei lavori dei grandi maestri della fotografia, tanto più si affinano le capacità valutative e si amplia il proprio orizzonte visivo.
La riprova l’ho costantemente avuta al termine di ogni corso, quando, ripresentata la fotografia esibita all’inizio dello stesso, ho modo di verificare che i commenti sono pressoché totalmente cambiati e che l’immagine è vista con occhi nuovi e soprattutto con un atteggiamento mentale più aperto e decisamente più attento ad aspetti prima neppure considerati.

lettura2

 

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