Il contorsionismo estetico in fotografia

22 Feb

Quando la fotografia cominciò ad affermarsi molti pittori ritennero che forse era giunto il momento di cambiare mestiere e si dedicarono alla nuova forma espressiva abbandonando pennelli, colori e tele. Molti altri la videro come un’opportunità e la utilizzarono come strumento per raccogliere immagini da trasferire successivamente sui propri quadri.

Anche lo stile delle prime fotografie era uno stile decisamente pittorico: i soggetti e gli sfondi venivano accuratamente studiati ed inseriti proprio come se si trattasse di dipingere una tela e la gestione della luce era decisamente improntata all’esperienza pittorica. I ritrattisti di un tempo aprivano i loro studi fotografici in abbaini dotati di vetrate esposte a nord per sfruttarne la morbida luce da esse diffusa.

Occorse del tempo perché la fotografia si avviasse sulla propria strada, ancorché quel cordone ombelicale che la tiene in qualche modo ancorata alla pittura non si è mai del tutto staccato e probabilmente mai si staccherà.

Questo preambolo è necessario per parlare della fotografia che ha vinto per il 2013 il World Press. Una fotografia scattata dallo svedese Paul Hansen per la rivista Dagens Nyheter dal titolo “Funerale a Gaza”, foto che riportiamo in fondo a queste righe. L’immagine ritrae il funerale di due fratellini palestinesi di due e tre anni uccisi da un missile israeliano, vittime innocenti che  l’asettica quanto angosciante terminologia militare definisce  col termine”danni collaterali”. La giuria ha ritenuto di premiare la foto per  “il contrasto tra dolore e rabbia negli adulti contrapposto all’innocenza delle piccole vittime”.

Una immagine di guerra che ha suscitato, per la sua tecnica (ed è per questo che ne parlo), non poche polemiche. L’immagine è infatti viziata da un evidentissimo quanto rimarchevole ritocco in fase di post riproduzione. L’editing digitale ha stravolto i connotati luminosi del  vicoletto in cui il funerale si sta svolgendo,  trasformandolo in un set pittorico in cui le luci sono posizionate dall’artista in funzione della propria visione creativa.

Se si osserva attentamente si noterà che la luce solare, l’unica possibile che può  illuminare il vicolo, viene dall’alto a destra di chi guarda. Lo si rileva dalle due ombre (le poche naturali  lasciate dall’editor) proiettate dal  balcone in alto a sinistra e dal filo elettrico volante che immagino alimenti il campanello posto di fianco all’uscio in primo piano a sinistra. Lo stesso pulsante del campanello evidenzia, con una piccola ombra,  il medesimo orientamento della luce.  E’ una luce meridiana, lo si desume dalle ombre corte e nette, una luce abbagliante che brucia il cielo e brilla sulle sommità delle teste, specie quelle pelate.

Impossibile in queste condizioni che i volti non presentino, a loro volta ombre dure e nette. Le facce sono invece perfettamente illuminate, come se un grosso pannello riflettente, come quello usato dai cineasti per le riprese dei film, o un potente spot sapientemente utilizzato abbia perfettamente bilanciato la sorgente luminosa principale. I muri delle case, teoricamente in ombra,  e quelli delle costruzioni su cui il sole proietta i suoi raggi non presentano sostanziali differenze di luminosità.

L’uomo con i baffi, più a sinistra nella foto, ha l’orecchio sinistro illuminato dal sole che ne rende quasi trasparente il padiglione auricolare ed, al tempo stesso, risulta illuminato da una luce complementare che gli rischiara il mento e la guancia destra. La foto presenta quindi una gamma dinamica che scavalca persino le più alte percezioni visive dell’occhio umano.  Si è ottenuta quindi un’immagine surreale.

Non c’è bisogno di rifarsi al famoso quadro di Caravaggio, La conversione di San Paolo, per capire che quel tipo di luce, nella realtà, avrebbe creato proprio l’effetto sapientemente valorizzato dal celebre pittore: un fascio di luce intensa che investe cavallo e cavaliere dall’alto a destra, lasciando ombre nette e profonde sulla parte non illuminata.

Questa tecnica di “rischiaramento” delle parti scure prende il nome di HDR (High Dynamic Range) e normalmente si fa fondendo tre immagini esattamente identiche ma che sono state scattate con fattori di esposizione diversi (sottoesposta, mediamente esposta, sovraesposta), ma nel caso specifico, si è operato solo su un’unica immagine con un paziente quanto sapiente lavoro di aggiustamento della gamma dinamica e della saturazione.

La giuria si è resa perfettamente conto del fatto che ha dovuto giudicare una foto profondamente ritoccata nella sua veste figurativa, ma ha deciso di premiarla egualmente per la forza narrativa ed evocativa.

L’autore non ha fatto nulla di proibito  nel rivestire  l’immagine di un’aura decisamente pittorica,  anche se possiamo immaginare che un Robert Capa non l’avrebbe mai fatto pur se avesse avuto a disposizione le moderne tecnologie.

Il punto in questione, a mio avviso, è semplicemente quello di trovarci spettatori di una trasformazione della realtà sconfinata in una dimensione stilistica che indulge decisamente al compiacimento estetico.

Mi chiedo cioè, e non posso non domandarmelo, se quella fotografia avrebbe mantenuto la stessa forza di denuncia – mantenendo saldi i principi per cui è stata premiata –  anche se fosse stata presentata con l’illuminazione naturale registrata nello scatto originale. La forza espressiva dei volti è stata amplificata e quindi resa più “leggibile” dal ritocco oppure l’avremmo egualmente colta?

Io penso – ed è questo il motivo principale per cui ne parlo –  che questa foto rifletta un comune modo di pensare che sta affermandosi in questi anni: quello del “bello subito”. Una evoluzione ( o forse involuzione) imposta dai format pubblicitari, dall’avvento della post riproduzione digitale, dagli schermi piatti e eccezionalmente luminosi, dal gusto per i colori e le luci piene. Possiamo chiamarlo un contorsionismo estetico che conduce moltissimi fotografi su un percorso omologato e standardizzato dai gusti di un pubblico a cui bisogna vendere merendine e profumi.

Nulla di scandaloso, probabilmente si tratta di una moda artistica come molte altre. Gli stile e le tendenze si susseguono continuamente, spariscono e ritornano sotto altra veste. Il mondo ha visto passare classico, neoclassico, barocco, liberty così come ha registrato l’avvento dell’impressionismo, del cubismo, dell’astrattismo  ed altro ancora.

Dai fratelli Lumiere a Tarantino è passato assai meno tempo di quello che è trascorso tra Giulio Cesare e Costantino. Eppure, in così breve lasso, mezzi, tecnica e gusti sono così profondamente mutati da far sembrare archeologia i quarantacinque secondi de ” L’arrivo del Treno alla stazione di La Ciotat” del 1895.

Per quanto decisamente diversa nella tragicità e nella storia narrata, mi è tornata in mente la struggente e bellissima immagine del bambino senzatetto scattata da Gustave Rejlander intorno al 1860. Una fotografia di straordinario effetto realistico da cui traspare la notevole formazione pittorica dell’autore che racconta – da par suo e con gli stilemi che gli erano propri  in quell’arte figurativa – una condizione sociale tristissima. Una fotografia  poco nota al grosso pubblico, ma che ha anticipato di decenni i lavori di autori fortemente impegnati nella denuncia sociale come Lange, Hine, Salgado ed altri ancora.

Rejlander, nel 1860, non disponeva di macchine digitali, né conosceva Photoshop. Usò l’inquadratura e la luce naturale per ottenere un’istantanea il cui pregio è la perfetta sintesi tra documentazione e ricerca artistica.

Non fu l’unico, altri seguirono con successo quella strada. Oggi evidentemente ciò non basta più: non basta più inquadrare in modo originale o cogliere momenti di grande valore evocativo. Bisogna anche stupire. Occorre che in un mondo affollato da milioni di immagini sfornate da giornali, televisione ed internet, già perfette per merito della tecnologia che consegna strumenti fotografici precisi e quasi infallibili, si aggiunga una ciliegina, uno spruzzo di panna, qualcosa di diverso in più per non far ammuffire ignorato sul bancone ciò che di buono è stato sfornato.

Questo è quanto la foto premiata mi ha  indotto a considerare: può ancora dirsi che la bellezza di un’immagine consista nella sua espressività?  Se sostanzialmente è così, tant’è che la motivazione del premio si fonda su questo assunto, è davvero necessario “abbellirne” la realtà per meglio dire che essa è vera?

Paul Hansen - funerale a Gaza

http://www.bensaver.it

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