Metonimia dell’immagine

13 Mar

Già a leggere il titolo molti storceranno il naso.

Eppure si tratta di un aspetto sul quale, anche se in modo non del tutto cosciente, spesso si scivola quando ci si addentra nell’analisi fotografica.

Per affrontare il tema è necessario tuttavia chiarire alcuni basilari concetti utili a costruire le fondamenta dell’argomento.

Credo sia chiaro a tutti che la fotografia (come la pittura o la scultura) è una forma di linguaggio, sia pure visuale, ed i segni attraverso i quali il fotografo si esprime ( le immagini ) servono a comunicare “qualcosa” a chi le vedrà. L’osservatore non ha a disposizione fonemi (parole) o grafemi (scritti) da ascoltare o leggere per comprendere ciò che gli sta davanti, non è aiutato da un fumetto come nelle strisce di un albo di Tex Willer o Topolino. Deve interpretare basandosi unicamente sulla figura che gli sta davanti.

Credo sia altrettanto chiaro a tutti che le parole di una lingua (qualsiasi lingua) possiedono un loro significato e servono a indicare convenzionalmente qualcosa di esistente. Pur tuttavia le parole non sono ciò a cui esse si riferiscono (il referente), ma il loro significato dipende piuttosto dalla relazione con altre. Pensiamo all’omonimia, ovvero a quelle parole che presentano non solo la medesima forma, ma anche la stessa pronuncia, quali “tasso” (tasso d’interesse ma anche il simpatico mammifero peloso) oppure “pratica” (che definisce i primi passi di una attività in “fare pratica”  ma anche incartamento nella frase “prendo la sua pratica”).

Altro esempio: se io dico la frase “Clarabella è davvero cara”, quel “cara” potrebbe significare sia “amabile” ma anche “costosa” (glissiamo garbatamente sull’implicazione che quel costosa potrebbe assumere). In genere per chiarire meglio il concetto si preferisce dire: ” Clarabella è davvero una cara ragazza” piuttosto che ” Clarabella è una ragazza piuttosto cara”, sgombrando il campo da spiacevoli malintesi.

Si evince, come dichiara Wittgenstein, che il significato di una parola sta nell’uso concreto che se ne fa.

Il significato delle parole è pertanto convenzionale. Da una parte è stabile  perché definisce oggetti o concetti chiari a tutti, dall’altro è mutevole  perché l’ambito d’uso e l’evoluzione nel tempo produce dei cambiamenti di significato.

Introduciamo quindi una differenziazione tra significato denotativo e connotativo.

La denotazione altro non è che l’identificazione del soggetto per quello che realmente è, vale a dire denota qualcosa in modo chiaro, neutro ed oggettivo.

Nella pratica succede che alcune parole si carichino di connotazione, ovvero di valore (evocativo, emotivo) che va oltre la pura informazione.

Faccio un esempio. La parola “casa” può rappresentare le quattro mura ed il tetto che costituiscono una abitazione, ma se la stessa parola viene detta in un diverso contesto, pensiamo ad un emigrante, la parola “casa” può assumere valore di patria, affetti, famiglia, luogo natìo, e così via. Assume cioè una connotazione emotiva e perfino poetica.

Si parla quindi di metonimia (dal greco: scambio di nome) quando una parola si utilizza in senso figurato. Quando si dice ” Orsù, beviamo un bicchiere” risulta chiaro a tutti che non si intende ingerire l’oggetto destinato a contenere liquidi, ma quel “bicchiere” rappresenta in realtà il suo contenuto, benché non esplicitato (vino, birra, liquore).  Se si sente dire ” Il Quirinale ha dichiarato…” appare a tutti chiaro che è il suo principale inquilino ( il Presidente della Repubblica) che ha dichiarato….

La metonimia è una figura retorica ( dal greco: l’arte di parlare bene) che, come le sue sorelle (antitesi, metafora, perifrasi…) serve ad arricchire di efficacia il linguaggio. Rientra negli usi connotativi poc’anzi descritti.

Spero mi sia perdonata questa lunga premessa, a mio avviso utile per agganciare quest’ultimo punto ( la metonimia) all’immagine.

Secondo Roland Barthes ( 1915-1980) saggista e semiologo, che molto scrisse sulla semantica applicata all’immagine ” il senso dato di una foto nasconde il senso costruito”. Detto con parole più semplici, la denotazione di una fotografia (ciò che di essa vediamo) copre la sua connotazione (quello che non cogliamo) ovvero il suo significato culturale.

Andrebbe correttamente aggiunto che la capacità di comprendere le connotazioni dipende dalla cultura di chi osserva l’immagine.

L’atteggiamento mentale di chi analizza una fotografia dovrebbe essere quindi quello di scoprire se l’immagine che ha di fronte non ha  solo uno scopo denotativo (pura e semplice raffigurazione) ma possiede un valore connotativo ( simbolico, evocativo, emotivo…). Occorre quindi far sì che il mero guardare si evolva in un più articolato osservare, per rilevare le eventuali metonimie presenti nell’immagine.

Per tradurre concretamente quanto finora esposto con concetti decisamente teorici intendo avvalermi di una foto da me scattata qualche anno fa sul Cammino di Santiago,.

L’immagine, che può essere osservata in calce a queste righe, raffigura un signore seduto ( forse sarebbe meglio dire semidisteso) su una panchina assolata, panchina sulla quale sono appoggiati anche un grosso zaino e degli indumenti. L’uomo ha tolto gli scarponi dai piedi, sta leggendo un librettino. Sulla destra una stele aiuta a capire la localizzazione dello scatto, una imponente siepe verde fa da fondale all’immagine.

La denotazione finisce qui: uomo, probabilmente stanco, con male ai piedi, legge un libro sulla panchina nella provincia di Palencia, lungo il Cammino di Santiago. I più preparati in geografia aggiungerebbero che ci troviamo sulla meseta centrale spagnola.

La connotazione è ben altra e può essere colta in maggior misura da chi il Cammino di Santiago lo conosce per averlo fatto. L’uomo è solo e rappresenta la solitudine interiore con cui il Cammino si affronta. Pur se fatto in compagnia, nel lungo percorso,  si resta assorti nei propri pensieri. Il cammino è soprattutto interiorità, ricerca di se stesso, rigenerazione. I piedi stanchi, affrancati dagli scarponi, cercano refrigerio esattamente come lo spirito, affrancato da preoccupazioni e occupazioni che appaiono lontane mille miglia. Il bagaglio consiste tutto in uno zaino e poche cose assolutamente utili. Tutto il superfluo è stato lasciato a casa, prima di partire per percorrere centinaia di chilometri a piedi. Non può esserci zavorra nello zaino, ma solo lo stretto necessario, una economia che non è solo fisica ma deve diventare anche mentale. La luce solare, piena e calda rinfranca ed asciuga il sudore. Lo sfondo verde rasserena, mette in stretta simbiosi l’uomo con la natura che lo circonda. La stele, sulla destra della foto,  bilancia come un contrappeso la figura umana. Essa non è soltanto utile a indicare il posizionamento geografico, ma è a sua volta storia e simbolo dell’opera dell’uomo.

E’ quindi una immagine evocativa che va al di là della sua immediata denotazione. Ma per comprenderla a fondo occorre analizzarne le componenti strutturali, il taglio conferito all’immagine e possedere una base formativa (non so fino a che punto definire solo culturale) che richiami quegli elementi concettuali legati al luogo della ripresa. Solo attraverso siffatta elaborazione si comprende la metonimia di questa immagine: il riposo ( in senso lato) dopo la fatica .

Tutto questo non vuol dire che l’immagine debba per forza piacere. Se a molti non dirà assolutamente nulla e meriterà solo un’occhiata veloce e distratta poco male. Non è scopo di queste righe dimostrare la forza di una fotografia. Ma quanto finora scritto serve unicamente a suggerire a chi avrà avuto la pazienza di arrivare fin qui che è buona cosa, così come avviene per le parole, cercare di capire se dietro la parola c’è anche un concetto più articolato. E ciò vale anche per una fotografia. Non è detto che ci sia sempre, ma se c’è è appagante riuscire a coglierlo.

E adesso andiamo a berci un bicchiere.

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