Archive | April, 2013

Solvitur ambulando

14 Apr

Confesso il mio sviscerato amore per le citazioni, specialmente quelle latine.

Vi ravviso quella saggezza che, sovente, appare perduta in un mondo che ha fatto del “tutto subito” il suo unico motto.

Solvitur ambulando, i problemi si risolvono camminando. Un ammonimento a considerare il camminare un efficace strumento di riflessione, ma anche di ricerca interiore. Non è il caso di risalire ai filosofi peripatetici dell’antica Grecia, o al cinico Diogene o perfino a S. Agostino che qualcuno sostiene essere stato il primo a proferire questa massima. Camminare non è una panacea dai mali che ci affliggono, è un modo salutare per tenersi in forma, osservare, riflettere, conversare, conoscere.

I pellegrinaggi ( etimologicamente dal latino “per ager” inteso proprio come andar per agro, campo, paese) nascono come valorizzazione del cammino verso un luogo di espiazione o comunque di salvezza interiore. Il Camino de Santiago de Compostela è forse il più famoso di questi faticosi pellegrinaggi e, nei secoli, è stato percorso da migliaia e migliaia di persone.

Fotograficamente parlando tenderei, in prima battuta, a ravvisarlo come un invito a muoversi e schiodarsi dal posto da cui per pigrizia (soprattutto mentale) ci si sofferma. Troppo spesso si vedono fotografi scendere dai pullman, dalle auto, dai piroscafi e – senza neanche quasi finire di appoggiare i piedi a terra – immediatamente inquadrare e scattare.

Pochissimi si prendono il tempo di osservare quanto sta loro dinanzi e poi fare qualche passo per cercare una posizione migliore e, se non sono soddisfatti, procedere ancora per cercarne un’altra.

La passione per la fotografia non può prescindere dalla passione per la ricerca.  E la ricerca presuppone un cammino –  quanto lungo a nessuno è dato sapere – che spesso non si esaurisce in tutta una vita.

La bella stagione, dal primo raggio di sole che scalda la primavera, è un invito a uscire e camminare con la fotocamera al collo per cercare spunti o per raggiungerli se li si è preventivamente pianificati.

Le fioriture primaverili sono una gioia per gli occhi ma anche per l’animo. Impossibile non restarne soggiogati e non desiderare di raffigurarle. Non è comunque un esercizio facile, tecnicamente parlando s’intende, perché l’esplosione di luce e colori ha notevoli probabilità di risultare alquanto diverso in fotografia rispetto a quello che si è colto con lo sguardo.

Diversamente dal nostro cervello, che è una meravigliosa macchina in grado di concentrarsi su un particolare all’interno di un contesto molto ampio, la macchina fotografica è un registratore spietato. Porta dentro tutto quello che inquadra e lo fa con una brutale indifferenza tra ciò che ci piace e ciò che non ci piace, tra quello che i nostri occhi hanno colto come interessante e quello che il nostro cervello ha momentaneamente escluso perché, non apparendoci interessante, lo abbiamo letteralmente cancellato dalla nostra vista.

Quella magnifica viola su cui il sole accendeva i colori della primavera rivista in fotografia appare sovraesposta, con le parti illuminate praticamente illeggibili, su uno sfondo disordinato che disturba di cui non ci eravamo neppure accorti. I mazzolini di primule risultano macchie confuse sul verde troppo chiaro. Oppure quel bocciolo così grazioso che , agitato da un refolo di vento al momento dello scatto, appare mosso se non addirittura sfocato.

Potrei continuare a lungo, ma mi fermo qui.

Camminare è il modo migliore per trovare il soggetto giusto. Quello in cui la luce cade in modo ottimale, lo sfondo risulta idoneo, l’angolo riparato meno soggetto a folate d’aria. Camminare ci insegna a osservare le sfumature e le piccole diversità tra angoli dello stesso cespuglio, piccole differenze di angolazione e illuminazione che fanno la differenza tra una bella foto ed una, invece, “buttata là”.

Il fotografo paesaggista e naturalista ama muoversi. Ama cercare scorci e vedute particolari, lo fa ostinatamente e con costanza, ben attento all’orientamento dei raggi solari, ricercando il momento giusto della giornata, ripercorrendo più volte lo stesso sentiero, pronto a riprogrammare l’uscita se le condizioni di ripresa non appaiono perfette. Si muove indifferente al peso che lo grava, giacché il cavalletto e alcuni accessori sono sovente indispensabili per riuscire nell’impresa.

Solvitur ambulando, quindi. Magari in compagnia di qualcuno con cui si condivide la stessa passione, ma anche da soli se necessario, prendendosi tutto il tempo che ci vuole.

Credo che bisognerebbe essere contenti se si riuscisse a portare a casa una sola immagine ben fatta. Non è facile riuscire ad ottenere molti scatti di ottima fattura in una sola uscita. Anzi è piuttosto raro e, forse, non sarebbe neppure giusto.

La bella fotografia è un dono prezioso, un risultato che ci appaga proprio perché è frutto di fatica e impegno. Non può essere realizzata a cottimo.

Quando dal ritorno da un viaggio o un’escursione e riguardo le immagini scattate, mi accorgo che pochissime superano la prova di una seria e severa autocritica. Trovo giusto che sia così. Perché ogni attività umana è fatta di alti e bassi, di successi e insuccessi e neppure i grandi geni sono riusciti subito nelle loro mirabolanti imprese. Quando vediamo le immagini dei grandi fotografi, le più famose, dobbiamo sempre pensare che per ogni foto di altissimo livello ce ne sono perlomeno dieci o venti o anche più che sono rimaste nel cassetto perché non all’altezza. Lo stesso avviene in moltissime attività artistiche. Solo ciò che viene prodotto industrialmente deve poggiarsi su uno standard costante. Risulta difficile pensare – ad esempio –  ad una casa automobilistica che mette in circolazione solo dieci vetture perfettamente funzionanti ed altre novanta con difetti di ogni genere.

Non è un fatto consolatorio ma certamente aiuta a comprendere che i risultati passano da un percorso di sperimentazione, ricerca, attenzione, passione e diligente dedizione. Comunque la si guardi, un cammino.

violawww.bensaver.it

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Una foto nella storia

5 Apr

Ci sono immagini che – per fatti più o meno casuali – sono entrate nella storia. Anzi, probabilmente rappresentano qualcosa di più che una semplice appartenenza alla graduatoria delle immagini più celebri: esse stesse hanno finito con l’identificare la storia toutcourt. Sarebbe bello trattare di tutte queste immagini, quali – ad esempio –  la foto del miliziano che cade al fronte durante la Guerra Civile spagnola scattata da Capa oppure quella, scattata dal vincitore del premio Pulitzer il fotografo Huyng Cong Nick Ut, della bambina vietnamita  (Kim Phuc) ustionata dal napalm , oppure quella dell’impronta del piede sulla luna di Neil Armstrong (Apollo 11, in data 21 luglio 1969) ed altre ancora.

Ma tra tutte, quella che forse ha avuto maggiore diffusione (quasi casualmente come dirò) tanto da apparire su innumerevoli opere, finendo col diventare l’icona stessa dell’olocausto  è  – per usare il suo esatto codice di catalogo – la numero V.14 del rapporto Jurgen Stroop del maggio 1943, più precisamente indicata, nella pagina in cui è stata inserita, dalla sigla Dok.n.12/202 ed accompagnata da una didascalia vergata in bella grafia  che tradotta dal tedesco significa “ Scovati con forza dalle loro buche”.

L’immagine – unanimemente ritenuta di pubblico dominio – è riportata in fondo a queste righe.

Si ignora chi abbia materialmente scattato la foto in questione. E’ probabile, ma non del tutto certo, che vi fossero più fotografi incaricati di seguire i rastrellamenti e le azioni repressive. Inquadrati nel PK689, Propaganda Kompanie, attiva sin dalla istituzione del ghetto di Varsavia documentavano vita e morte dei suoi abitanti. Esiste anche un’altra ipotesi che sostiene trattarsi dell’ SS- Obersturmfuhrer Franz Konrad, addetto alle confische. Comunque sia, non v’è certezza alcuna sull’autore.

Le fotografie, tutte rettangolari e in B/N, si può presumere con ragionevole attendibilità siano state scattate con una 35mm, certamente più pratica e meno ingombrante di un 6×6, quasi certamente una Leica (mod III entrato in produzione nel 1933). La presunzione è corroborata anche dal fatto che, peraltro, questa era la fotocamera in dotazione alle truppe tedesche nella seconda guerra mondiale. La pellicola utilizzata era sicuramente una Agfa, azienda confluita nel 1925 nella IG Farben (abbreviazione di Interessen-Gemeinschaft Farbenindustrie AG) piuttosto nota per le collusioni con il regime nazista. Da escludere che le SS utilizzassero le pellicole Kodak dell’allora nemico americano.

Le proporzioni dei soggetti ripresi, e l’assenza di compressione nei piani fanno ritenere che, tra le ottiche normalmente in dotazione sulle Leica del tempo, l’obiettivo adoperato dal fotografo sia stato il 35mm, più che il 50mm .  Non è necessario ricorrere ai calcoli trigonometrici per ricostruire con buona approssimazione la misura dei lati del triangolo compreso nell’angolo di campo, ciò in virtù dello spazio occupato dalle persone. Tra un 35mm (angolo di campo 62°) ed un 50mm (angolo di campo 46°) ci sono 16°  che risulterebbero evidenti considerato che la distanza di ripresa dal muro della casa che fa da sfondo si può evincere prossima ai 7 metri e la lunghezza della facciata dell’edificio inclusa nell’immagine sui 9 metri al massimo.  Va infine aggiunto che il fotografo riprendeva in posizione leggermente obliqua rispetto alla facciata del caseggiato ed anche leggermente rialzata rispetto ai soggetti  lasciando ipotizzare che fosse alto quantomeno come l’aitante soldato la cui testa è visibile sullo sfondo, a sinistra vicino alla finestra, oppure in piedi sull’auto scoperta, quale  la Volkswagen Kubelwagen, detta anche Typ 82 e abbastanza diffusa su tutti i fronti.

Ho provato a fare vari esperimenti in tal senso, utilizzando un 35mm ed un 50mm e cercando di rispettare le distanze che mi risultavano congruenti anche in rapporto alla figura di primo piano ripresa a figura intera e le risultanze confortano la teoria del 35mm. Va infine tenuto presente che il fotografo ha operato a mio avviso utilizzando il sistema dell’iperfocale. Qualsiasi tabella (ottimo il DOFMaster scaricabile da internet) dirà che un 35mm a f:8 con una distanza iperfocale attestata su 4 metri comporta una messa a fuoco che va da metà di questa distanza (circa 2,25) fino 18mt; come si vede i conti tornano.

Si nota chiaramente che l’illuminazione proviene dall’alto a sinistra, si tratta di raggi solari che, penetrando nella via con un angolo di circa 42°,  accendono di riverberi i capelli delle donne, il cappello del bambino e l’elmetto del soldato (di cui dirò più avanti) armato di MP18. Il fatto che non vi siano soggetti mossi a dispetto che l’immagine catturi un istante in cui il gruppo di persone viene fatto uscire dal portone, fa ritenere che il tempo di esposizione sia stato almeno di 1/100s (l’otturatore della Leica III dopo 1/60s passava a 1/100s e quindi a 1/200s). Escluderei il 1/200s per le ragioni legate al diaframma quasi certamente impostato.

La pellicola Agfa Isopan-Ultra DIN 23º (160 ASA) era, dopo il 1941, la pellicola più sensibile (nel 1937 la più sensibile era la Agfa “Ultra Rapid”  DIN 19 pari a 64 ASA).  Possiamo dedurre quindi che il diaframma utilizzato, presente la buona profondità di campo mantenuta ed il fatto che il fotografo esposto per la zona in ombra  ( lo si rileva anche dal volto del bambino sotto il cappello e dalla leggibilità delle parti molto scure come il pastrano) sia pur tenendo conto delle eventuali mascherature in sede di stampa, si attesti su f:8. La prova del nove è che se avesse voluto esporre per le altre luci in presenza di un valore EV pari a 15 avrebbe dovuto usare 1/100 f:16. Due stop meno fanno appunto f:8.

Quanto finora detto è frutto di deduzioni fondate su criteri del tutto ragionevoli,tecnicamente accettabili, e di prove empiriche a supporto della compatibilità degli assunti teorizzati. Ma ritorniamo ancora per un momento al rapporto Stroop.

Jurgen Stroop, per la cronaca, era  il comandante delle SS incaricato di azzerare la presenza ebraica a Varsavia. Solertemente, come costume di molti ufficiali nazisti che hanno svolto il loro compito in modo maledettamente diligente, Stroop si incaricò nel maggio del 1943 di raccogliere una serie di testimonianze fotografiche da inserire in un rapporto dal titolo “ Non esiste più un quartiere ebraico a Varsavia” – più noto genericamente come rapporto Stroop – da inviare a Himmler e Kruger . Del rapporto – utilizzato dal tribunale di Norimberga – sono stati trovati solo due esemplari: uno custodito a Varsavia (ritenuto l’originale) e l’altro (il duplicato) custodito a Washington.

Jurgen Stroop, sempre per la cronaca, fu catturato dagli americani nel 1945, processato e consegnato ai polacchi che lo giustiziarono mediante impiccagione il 6 marzo 1952 a Varsavia, proprio laddove si era distinto nella brutale repressione costata decine di migliaia di vittime.

Si è a lungo cercato di identificare le persone raffigurate. Comincerei dal soldato tedesco col il mitra. La sua postura, lo sguardo rivolto verso il bambino inerme con le braccia alzate costruiscono una relazione simbolicamente molto forte su cui torneremo a parlare. Era il caposquadra  (SS-Rottenfuhrer ) Josef Blosche, tristemente famoso nel ghetto per la sua brutalità e crudeltà. Uccideva spesso gratuitamente e a caso, solo per il piacere sadico di terrorizzare. Fu catturato nel 1961, grazie alla delazione di un vecchio camerata SS, e giustiziato a Lipsia il 29 luglio 1969 con un colpo alla nuca e poi sepolto in una anonima tomba. La bambina a sinistra è stata identificata in Hanka Lamet, la donna al suo fianco risultò essere Matylda Lamet Goldfinger, la donna in primo piano col volto che si gira all’indietro si chiamava Chana Zelinwarger, il ragazzo con il sacco sulla spalle è stato identificato in Leo Kartuzinski, mentre la donna sulla porta con la mano destra alzata risulterebbe si chiamasse Golda Stavarowsy.

E veniamo al bambino. Esattamente non si sa ancora chi sia, perché si fanno due nomi probabili (Artur Dab Semiatek o Levi Zelinwarger perché vicino alla signora Chana Zelinwarger che potrebbe essere stata la madre) ed uno su cui esistono forti dubbi ovvero Tsvi Nussbaun per motivi che non è qui il caso di approfondire.

I deportati venivano condotti all’Umschlagplatz (punto di raccolta) per essere avviati al campo di sterminio di Treblinka.

Tra il 19 aprile ed il 16 maggio di quell’anno si verificava appunto la famosa insurrezione del ghetto di Varsavia, su cui esiste una notevole bibliografia per chi volesse approfondirne il contesto storico. Uno dei libri più celebri sull’argomento è “Il Pianista” di W.Szpilman da cui, nel 2002,  è stato tratto l’omonimo film sotto la regia di Roman Polanski e vincitore nello stesso anno della Palma d’Oro a Cannes. La foto si ritiene sia stata scattata nel maggio di quell’anno, sebbene non sia accertabile esattamente il giorno.

Sull’argomento esiste una notevolissima letteratura, presente anche sulla rete, decine di articoli in varie lingue ed un bellissimo libro (in italiano) scritto da Frederic Rousseau ed edito da Laterza “ Il bambino di Varsavia” di cui suggerisco la lettura. Non mancano quindi fonti su cui approfondire la tematica storica.

Il libro di Rousseau racconta come è diventata famosa questa fotografia. Ne parliamo prima di ritornare all’analisi della stessa. Incredibilmente, quando il rapporto Stroop fu accolto tra le prove documentali al processo di Norimberga, questa foto non fu quella che impressionò maggiormente, v’erano immagini più forti con la presenza di cadaveri che sostenevano meglio l’impianto accusatorio.

Apparirà fuggevolmente nella prefazione in un film di Alain Resnais (Notte e nebbia) del 1956 a Cannes per quattro secondi esatti mentre la voce narrante dice “rastrellati da Varsavia”. Viene ripresa nel 1960 in “Mein Kampf” di Erwin Leiser e nel 1961 sul finale del film “Vincitori alla sbarra” diretto da Frederic Rossif con la frase “l’ultimo gregge viene deportato verso i campi di Majdanek e Treblinka”. Ingmar Bergman, cinque anni dopo, aprirà il suo film “Persona” con l’immagine del bambino di Varsavia.  Da qui in poi questa fotografia, utilizzata a tutto campo o isolandone il particolare, si diffonde in modo esponenziale. Giornali, riviste, manifesti, documentari, articoli la riprendono per illustrare la terribile verità storica dell’Olocausto.

L’immagine si carica di significati che vanno al di là del singolo istante raffigurato, preconizza la dura marcia verso il campo di sterminio ed il fumo del camino che lo sovrasta; è icona della strage degli innocenti e simbolo della efferatezza di un regime che ha fatto dell’assassinio, della violenza e della depredazione il suo folle credo. E’ possibile anche darle voce e musica nella struggente composizione di Francesco Guccini: “Canzone del bambino nel vento” più nota come Auschwitz.

L’immagine è terribilmente efficace nella sua intensità. Lo è per l’armonico dispiegarsi di elementi visuali che assecondano il bisogno umano di frammentare per comprendere. Non so e non m’interessa sapere se l’ignoto autore si sia reso conto, nel suo lavoro di routine documentativa, d’aver creato un capolavoro anche fotografico, di aver accentuato la straziante solitudine di quel bambino, isolato (lui solo) dal gruppo, come si isola un agnello destinato al sacrificio. A guardare bene gli elementi compositivi si nota una oblunga cediglia nera formata dalle persone, su cui emerge (coda e punctus formidabile) il volto della bambina in secondo piano sulla sinistra. Un volto sorpreso, con gli occhioni che esprimono un’innocenza tuttora non violata dal momento angosciante che contagia invece i volti degli altri bambini.

Emerge un triangolo scaleno, chiuso dal carnefice, Josef Blosche, col suo MP18 spianato e col colpo in canna. Con l’espressione dura e decisa di chi sa d’avere in pugno il destino di uomini, donne e bambini. Un terribile destino che lui ben conosce ma che non gli guasta il sonno. Delle circa venticinque persone che compongono questo affresco dell’orrido solo lui e la bambina dirigono lo sguardo verso l’obiettivo, consegnandoci intensità e valori espressivi del tutto opposti. Il bambino di Varsavia ha invece lo sguardo perso, una smorfia di terrore che lo attanaglia, con quelle sue gambe magre. Appare vestito in modo accurato,  le scarpe lucide, i calzettoni ben tirati fino al ginocchio, il cappottino abbottonato ed il cappello che lo fa somigliare ad un ometto che deve già provare quale  e quanta sia la crudeltà di questo mondo.

“Videbis, fili mi, quam parva sapientia regitur mundus”, vedrai figlio mio con quanta poca sapienza si possa reggere il mondo.

A me piace molto la conclusione del libro di Rousseau, laddove si sostiene che la fotografia “è vittima della sua grande efficacia” e che l’unico dovere della società globalizzata è quello di commuoversi e basta. Con un clic (del mouse) si sostituisce a questa foto quella di un altra tragedia e avanti così, perdendo di vista “l’analisi e la comprensione dei processi storici”, in un universo di storie senza più storia.

 

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