Archive | May, 2013

Il tempo è dato

28 May

« Che cos’è dunque il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarglielo a chi me lo chiede, non lo so più.» (S. Agostino, le Confessioni l.XI, 14.17)

Mi domando come sia possibile che la nostra mente – per associazioni di idee –  riesca a percorrere con voli pindarici un itinerario apparentemente disarticolato partendo da un punto che nulla avrebbe da spartire con il traguardo a cui si approda.

Mi sono trovato a riflettere sul tempo, in generale, osservando una fotografia che ho scattato qualche anno fa in un cascinale della Provenza. L’immagine, riprodotta in calce a queste righe, raffigura un grande orologio a parete, di quelli costruiti in modo da sembrare antichi ma che in realtà sono azionati da ordinarie pile a stilo, probabilmente prodotti in qualche paese emergente,  che costano pochi euro pur facendo la loro bella figura. Con le cifre grandi e ben leggibili su un quadrante che mostra elegantissimi punti di ruggine, macchie e aloni che gli conferiscono un delizioso aspetto “vintage” in tono con le grosse lancette di moda , esso mi apparve, illuminato da una bellissima luce che filtrava da un finestrone, come una presenza viva e pulsante.

Inserito in un contesto assolutamente coerente con la sua foggia, con i sacchetti in tela contenenti la profumatissima lavanda di Provenza appesi ad un gancio a pochi centimetri di distanza, arredava uno stanzone che fungeva da rivendita e da piccolo laboratorio artigianale,  in una fattoria la cui attività prevalente appariva essere  la coltivazione ed il commercio della lavanda.

In fotografia, come ripeto spesso ai neofiti che hanno voglia di ascoltarmi, i due parametri fondamentali su cui ogni scatto si fonda sono il tempo ed il diaframma. Il diaframma è importantissimo perché – con i suoi valori  – determina la zona nitida che precede e va oltre il punto selettivo di messa a fuoco. Il tempo è essenziale per garantire che l’immagine non risulti mossa. I due fattori vanno a braccetto, assistendosi l’un l’altro come bravi e fedeli coniugi, con caratteri completamente diversi, ingrandendo la propria presenza quando quella dell’altro si attenua.  Per usare un banalissimo paragone, potremmo dire che tra le mura domestica la presenza della moglie, strutturalmente più funzionale e attiva, mette in ombra quella del marito.

Così lavorano in coppia il tempo e il diaframma: se c’è bisogno di utilizzare un tempo di esposizione molto veloce il diaframma si adegua e si apre maggiormente. Sono entrambi importanti ma – in qualche misura- il tempo lo è maggiormente per alcuni risvolti in cui la tecnica sfiora la filosofia.

Le case costruttrici di fotocamere, nel programmare la funzione AUTO ( a cui il dilettante è particolarmente affezionato perché è quella che il fotografo, dopo averlo guardato in faccia e scambiato due parole per trarne conferma, imposta di default nel consegnargli la macchina) privilegiano il tempo. Fanno in modo che, tra le due variabili possibili, predomini nello scatto quella che evita il rischio di ottenere foto mosse.

Potremmo quindi estensivamente affermare che, anche qui, il tempo è dato.

Ma ciò di cui più mi prema dire è che – guardando la fotografia del grande orologio a parete –  consideravo che, anche nella vita, il tempo è dato.

Di tutte le cose che possiamo rimediare o recuperare, l’unica su cui non è possibile agire è la perdita del tempo. Un povero può diventare ricco, un malato guarire, una persona brutta migliorare la propria estetica, un ignorante formarsi una istruzione e laurearsi, ma mai si potrà recuperare il tempo perduto.  Un vecchio adagio recita saggiamente: “non rimandare a domani quello che puoi fare oggi”.

E’ destino delle cose attraversare quella cosa che chiamiamo tempo e sulla quale è oltremodo ardito dissertare con oggettiva sapienza. Se quel quadrante fosse stato autenticamente vecchio ( mi è rimasta tuttora una piccolissima unghia di dubbio) certamente avrà scandito le ore di persone che oggi non ci sono più o – nella migliore delle ipotesi – profondamente mutate nel fisico e nella mente da quelle che erano svariati decenni prima .

Queste considerazioni si sarebbero benissimo potute fare anche davanti ad un antico ritratto mostrato da una vecchia foto ingiallita di un album di famiglia  dissepolto da un baule ritrovato in soffitta.  A me è successo di pensarle davanti ad una foto soggettivamente più neutra e e dai contenuti apparentemente formali: quella di un orologio falsamente (continuo ad esserne quasi del tutto convinto) antico.

Può così accadere di andare con la mente a cose che si sarebbero potute fare e che non sono state fatte e che non sarà mai più possibile rimediarvi. Pensare, con struggente nostalgia alle occasioni perdute  per rivolgere, ad esempio, un banalissimo gesto d’affetto nei confronti di persone che oggi non ci sono più.  Un’immagine può quindi veicolare, in maniera istintiva, un privatissimo momento di meditazione che recupera l’intimo sapore del momento raffigurato, finendo con l’avvolgerci nei vapori di un sogno mai del tutto svanito.

In quel viaggio fatto in gruppo in Provenza, da cui ho tratto la fotografia spunto di queste righe, c’era anche Gianni, un carissimo amico che , purtroppo, non è più fra noi. Anch’egli appassionato di fotografia, era interessato a vedere i miei scatti ed a sottopormi i suoi. Sebbene dotato di notevoli capacità tecniche in molti campi,  penso ritenesse la fotografia un settore in cui per lui esistessero ampi spazi di miglioramento. Mi considerava, in qualche misura, un suo personale punto di riferimento e gli piaceva moltissimo conversare a lungo sul come e perché avevo fatto un determinato scatto.

Tra le ore di quel quadrante rivedo ancora il tempo in cui quei colloqui sono avvenuti. Posso – sforzandomi – recuperare dal filo della memoria ( “cripta profonda e sconfinata”   a cui sono appesi come panni) barlumi di ricordi di cose dette e di altre che non si è trovato il tempo di dire con la scusa che lo avremmo fatto più avanti senza che ciò sia poi avvenuto.

Il tempo è dato.

In quest’ondivago altalenarsi di memoria e riferimenti tecnici, ritorno ancora un momento sulla materia fotografica. Quando vennero introdotti i primi automatismi ( sarebbe meglio dire semi-automatismi) nelle fotocamere, le due scuole di pensiero che si contrapposero furono: quelle che privilegiavano la priorità di diaframmi (impostata una determinata apertura “f”  la fotocamera calcolava automaticamente il tempo necessario) e la priorità di tempi (prefissato un tempo “t” di esposizione la macchina provvedeva a chiudere il diaframma sul relativo valore necessario ad ottenere la foto correttamente esposta).

Ricordo ancora le infinite discussione su quale dei due sistemi fosse da preferirsi. Alcuni consideravano (con buone motivazioni) che decidere su quale valore regolare il diaframma consentisse una maggiore creatività, valga come esempio il contributo dello sfocato, pregio dei ritratti. Altri controbattevano (con non minore validità) che non determinare il tempo  esponesse al rischio di fare foto idealmente precise ma concretamente mosse. Regolando il tempo si può, ad esempio, decidere di rendere gelatinoso il fluido scorrere dell’acqua, congelare nitidamente l’istante in cui un’azione veloce  si svolge (come nello sport) oppure ottenere un dinamismo artificiale ( la tecnica del panning).

Viste oggi queste discussioni ricordano davvero quei dibattiti che sentivo da bambino su chi, tra Coppi o Bartali, fosse stato il più forte .

Comunque la si guardi, la questione cade comunque su un aspetto che non è solamente tecnico, ma anche filosofico. La fotografia è essenzialmente l’arte di immortalare un momento: solo e quel momento. Un attimo spesso fatto di qualche centesimo o millesimo di secondo, assolutamente irripetibile. Quel click dell’otturatore, per il tempo dato, registra molto di più di quanto fisicamente finisce nell’inquadratura. Coinvolge emozioni, ricordi, sensazioni, passioni, visioni, sogni e desideri.

Tutto questo finisce col rappresentare la memoria, ventre del pensiero, e fissarsi similmente ad un quadro mediante un gancio che non si noterà più quando gli occhi si volgeranno ad osservare il quadro. Ogni fotografia rappresenta il fotogramma di un preciso momento accaduto nel lungo documentario della nostra vita, vi resta appesa mediante un invisibile gancio nascosto dalla cornice.

Diversamente dai tempi in cui S.Agostino scrisse le sue Confessioni, oggi noi possiamo aiutare la memoria attraverso un considerevole numero di immagini. Per molti secoli la conoscenza e la memoria si sono tramandate prevalentemente per via orale e, solo per i più istruiti,  vi erano gli scritti che potevano assolvere al compito di ricordare fatti e personaggi dei tempi andati. Fino all’avvento della fotografia, solo pochi benestanti potevano permettersi una galleria di ritratti dipinti dei propri familiari e degli avi, affidandoli alle generazioni future perché potessero vederne le fattezze e mantenendo viva e concreta la memoria di chi li aveva preceduti. La stragrande maggioranza della gente invece poteva solo immaginare com’erano fatti luoghi e persone lontani; difficilmente i nipoti avevano in mente il viso dei loro nonni, i cui nomi  non potevano in alcun modo legarsi a una espressione o a un benché minimo sguardo. Una fitta nebbia avvolgeva le ombre del passato.

Gli affreschi nei luoghi di culto servivano principalmente, con rispetto di una coerenza storica molto approssimativa (si pensi agli abiti con cui venivano raffigurati i soggetti o gli edifici che riflettevano l’epoca in cui il pittore li dipingeva e non certo quelli oggettivamente in uso tra i personaggi descritti), a raccontare gli episodi delle Sacre Scritture. Era l’unico modo conosciuto per dare concretamente, su larga scala, forma visiva ai racconti, pubblicando – come un fumetto senza parole – una visione in grado di spiegare, narrare, ammaestrare.

Ci sarebbe da aggiungere, incidentalmente, come quel volgo notevolmente meno istruito di quanto oggi lo sia la media della popolazione, fosse in grado di “leggere” quelle immagini e capirle, diversamente da quanto ai tempi nostri la gente sia in grado di fare se messa davanti alla stessa raffigurazione.

Possiamo quindi ritenerci privilegiati di disporre oggi della fotografia che ci aiuta a tramandare in maniera precisa e più “realistica” volti, luoghi e momenti. Essa, però, continua a definire principalmente il tempo.

Per questa ragione mi trovo d’accordo con quanti assegnano alla fotografia una funzione principalmente documentaristica e narrativa. Essa rappresenta la prima testimone del tempo.

Come in quell’orologio, sul cui quadrante le lancette ruotano per segnarne lo scorrimento, testimone del tempo che è dato.

orologio

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Le due rive del fiume

21 May

John Steinbeck è stato – negli anni della mia adolescenza – il mio scrittore preferito. Ricordo che lessi avidamente tutti i suoi libri. I motivi per cui subii, all’incirca quindicenne, una forte attrazione per quella scrittura asciutta e diretta non mi sono tutt’oggi chiari. O forse furono piuttosto le sue storie in cui realtà e fantasia s’intrecciavano generando un qualcosa che, per la prima volta, mi faceva uscire da quel grembo onirico che resiste in ogni ragazzino come surrogato embrionale. Ma poco importa.

Il grande scrittore americano, premio Nobel per la letteratura del 1962, scrisse molte opere, tra cui Furore (titolo originale: The Grapes of Wrath, Gli acini dell’ira) pubblicato nel 1939, vincitore del Premio Pulitzer nel 1940 e da cui John Ford trasse l’omonimo film (premiato con due Oscar nel 1941) con un giovanissimo Henry Fonda nella parte del protagonista Tom Joad.

La figura di Tom Joad – per chi non lo sapesse – ha ispirato cantautori del calibro di Woody Guthrie e Bruce Springsteen. La storia ambientata nel periodo della grande depressione americana, racconta di un viaggio della speranza lungo la Route 66 dall’Oklahoma alla California. Ricordo ancora con emozione, quando percorsi questa strada, l’incontro con una vecchia vettura abbandonata (ho tutti i motivi di ritenere volutamente) sul ciglio della strada come monumento a quel periodo di dolorose e sofferte migrazioni interne.

La vidi e mi fermai a fotografarla (l’immagine è in calce a queste righe).

Molti fotografi ( tra cui la grandissima Margaret Bourke-White di cui dirò) si occuparono di documentare gli eventi legati alla Grande Depressione e ci hanno lasciato istantanee straordinarie, fotografie che si può legittimamente ritenere ben note a Steinbeck .

Nell’ambito della campagna fotografica promossa dalla Security Farm Administration, Margaret Bourke-White affrontò un viaggio negli stati del sud più toccati dagli effetti nefasti della crisi economica e scattò delle immagini rimaste nella storia della fotografia. In collaborazione con lo scrittore Erskine Caldwell (che poi divenne suo marito), produsse il libro You have seen their faces ), caposaldo nelle pubblicazioni fotografiche da lì agli anni a venire.

Margaret è stata – e vale la pena di ricordarlo – la prima corrispondente di guerra donna (sua l’immagine terribile della testa del guerrigliero nordcoreano decapitato mentre sullo sfondo uno dei carnefici se la ride beato, 1952) e prima donna fotografa per il settimanale Life.  E’ stata il primo fotografo straniero a cui l’URSS concesse il permesso di scattare in territorio sovietico (suo il ritratto “ufficioso” di Stalin ammesso a circolare all’estero in cui il dittatore, ripreso leggermente dal basso, appare sorridente con una forte luce di tre quarti che ne illumina gli occhi e gli conferisce l’aspetto di un bonario pater familias ).

Al seguito delle truppe del generale Patton che fecero ingresso a Buchenwald, mostrò al mondo le immagini dei volti dei sopravvissuti al filo spinato ed ai forni crematori tanto che la rivista Life – per la prima volta – ruppe il tabù che impediva di pubblicare le foto tragiche del fronte di guerra.  Aviatrice e viaggiatrice instancabile, Margaret, nata nel 1904, morì sconfitta dal Parkinson nel 1971. Suggerisco caldamente di studiare le sue foto e la sua vita per vedere come le immagini riflettano e dicano molto di più di quanto non si pensi sull’autore che le ha scattate.

Torniamo a Tom Joad, figura inventata come può esserlo quella di uno dei molti eroi della letteratura mondiale, ma certamente ispirata a fatti e persone che – sbucciati dall’aura della scrittura feconda e immaginifica – sono realmente esistiti, le cui vicende – denudate dai broccati del periodare di cui ogni scrittore magistralmente si avvale – trovano riscontri in aridi fatti di cronaca.

Poco importa l’esatta ubicazione, la precisa aderenza narrativa al fatto in sé, la giustezza dei nomi: quel che conta è l’essenza, il nocciolo duro della sostanza che non muta, l’effige – per quanto stilizzata – che raffigura in modo inconfondibile il senso autentico del messaggio. Chi guardasse la foto di James Dean con la sua sigaretta penzoloni tra le labbra serrate ed il suo sguardo perduto ed indecifrabile, penserebbe immediatamente alla sua vicenda umana conclusasi precocemente e tragicamente il pomeriggio del 30 settembre 1955 sulla Route 466 in California, e penserebbe al film Gioventù bruciata diretto da Nicholas Ray.

Per una (non si sa fino a che punto) misteriosa  associazione di idee il collegamento tra immagini e storie diventa automatico.  Così è avvenuto per me quando vidi quella carcassa d’auto all’incrocio con la Route 66 in Arizona. Come un baleno mi vennero in mente  la Grande Depressione, le foto di Margaret Bourke-White, Steinbeck e la storia di Tom Joad narrata in Furore.

La fotografia può raccontare tutto questo? Onestamente direi proprio di no. E’ del tutto improbabile che in qualche punto del mondo ci sia un altro “io” che di fronte a questa icona possa recuperare tutte le informazioni sedimentate nel cervello per effetto di una accumulazione in cui sono confluiti i racconti di uno scrittore americano, gli scatti di una grande fotografa, storia e musica. Le sinapsi agiscono su ogni individuo ma con effetti diversi. Per questo vale la pena di soffermarsi a descrivere la connotazione di una fotografia. E’ uno sforzo che deve essere fatto per ampliare il dialogo, costruire un ponte che colleghi due diverse visioni come si fa tra due rive di un fiume.

Mi piace chiudere queste riflessioni fondendo due personaggi citati nelle righe che precedono: John Steinbeck e James Byron Dean. Essi sono collegati da un film, l’unico girato Dean uscito nelle sale quando egli era ancora in vita, tratto da un altro capolavoro di Steinbeck: La valle dell’eden diretto nel 1955 da Elia Kazan e vincitore di un Oscar e di un Golden Globe. Lo cito perché – oltre ad essere un bellissimo ed intenso film – è la storia di una incomprensione familiare molto forte che ha risvolti drammatici. Trovo bellissima la conclusione in cui il padre Adam (paralizzato da un ictus che lo priva dell’uso della parola) fa capire a Cal (interpretato da James Dean), in procinto di andarsene da Salinas, che vorrebbe fosse lui ad accudirlo invece dell’infermiera che gli sta a fianco.

Sono due rive di un fiume che hanno viaggiato parallele senza che il ponte delle parole sia mai riuscito ad avvicinarle, anzi. Paradossalmente proprio quando le parole sono venute a mancare, quando i gesti e l’espressione le hanno sostituite, quando l’immagine, che non abbisogna di altro che non sia la giusta attenzione, ha mutamente parlato, ecco che la scintilla riesce a scoccare ed accendere una fiammella.

Ho sempre pensato che la forza di un’immagine sia quella che esprime un dialogo muto e profondo che va al cuore. Mi è toccato spiegarlo forse troppo lungamente, ma questo è il limite delle parole.

 

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Fotografia sociale

16 May

La forza dell’immagine è quella di riuscire – con tutti i benefici del dubbio – a dare voce immediata alla cronaca.

Su un fatto si possono scrivere migliaia di parole, centinaia di articoli e decine di libri. Ma una foto può riuscire a sintetizzarli tutti, come un’icona che riassume e sublima, oltre che il fatto in sé, la sua sostanza.

L’avvento della fotografia ha permesso di diffondere immagini che non erano soltanto finalizzate a scopo artistico o alla contemplazione, ma di raccontare episodi di quotidiana realtà di ogni parte del globo.

Sono –relativamente – lontani i tempi in cui l’Europa traeva dalle tele di Gauguin l’immagine della vita in Polinesia. Dalla metà dell’ottocento in poi, la fotografia, in modo sempre più veloce, ha raffigurato e documentato, raccontato e descritto con realismo (fatti salvi i ritocchi su cui oggi si abbonda) costumi, persone luoghi, e ciò che in essi accade. Fatti e soggetti un tempo sdegnati dalla pittura hanno finito col trovare, proprio grazie all’avvento della documentazione fotografica, spazio e attenzione, finendo col diventare oggetto di attente riprese.

Non sappiamo se sia stato il caso a far sì che Charles Dickens, definito il fondatore del romanzo sociale, sia diventato tale essendo vissuto a cavallo degli anni in cui nasceva la fotografia, così come non ci è nota la correlazione tra la sua attività di scrittore attento ai drammi dei miserabili  e la celebre immagine di Oscar Gustave Rejlander “ il bambino senzatetto che dorme”, pressoché coeva (siamo intorno al 1860), che utilizzeremo per sviluppare questo argomento, foto che è riportata in calce a questo blog.

Può darsi che sia vero il fatto che certe cose si sviluppino quasi naturalmente, contaminandosi l’una con l’altra attraverso la circolazione del pensiero, come un virus che si diffonde e scatena una pandemia.

La fotografia sociale ha probabilmente inizio con questa immagine molto forte. Una fotografia che lo svedese Rejlander,  che aveva studiato pittura a Roma prima di trasferirsi in Inghilterra, in realtà “ricostruì” artatamente in studio sulla scorta delle fedeli osservazioni che le scene di vita quotidiana sulla strada dispensavano copiosamente.

L’effetto è indubbiamente pittorico e non poteva essere altrimenti. Rejlander prima di dedicarsi quasi esclusivamente alla fotografia faceva il pittore e utilizzava la fotografia come bozzetto per realizzare i propri lavori. L’effetto è pittorico perché il pittorialismo è stata la prima poppata di cui la neonata fotografia si  era alimentata, prima dello svezzamento che interverrà con gli inizi del novecento. Stilemi, posture, inquadrature, luci, soggetti tutto pareva orientato alla clonazione della pittura in quella nuova tecnica di raffigurazione da poco inventata e che attirava ogni giorno nuovi proseliti.

L’immagine di Rejlander è bellissima per molti versi: lo è per quella luce quieta, in pieno accordo col riposo del fanciullo dalle vesti stracciate, lo è per quei gradini su cui i piedi nudi del giovanissimo dormiente delicatamente si appoggiano, incrociandosi, come quelli di un antico dio greco.  Una immagine in cui non vi sono inutili orpelli o accessori. Essenziale e pura come la povertà. Gli stipiti di una porta oltre cui non è dato vedere, come quinte discrete ma efficaci per forza narrativa,  circoscrivono uno spazio scuro su cui si stacca in modo armonico la schiena reclinata ricoperta da una camiciola lisa e sdrucita che un tempo avrebbe dovuto essere bianca. La testa del fanciullo è pesantemente abbandonata sugli avambracci, a loro volta sorretti dalle ginocchia piegate, impiombata da un sonno che immaginiamo senza sogni.

E’ una immagine emotivamente contagiante, tenera e struggente al tempo stesso. Racconta della spossatezza che il sonno, in siffatta scomoda posizione, non potrà pienamente ristorare, lascia supporre l’assoluta indigenza che sta “fuori dalle porte” dei benestanti, di una società che non ha pietà dei minori perché i minori sono braccia da lavoro nella nascente società industriale come d’altronde lo erano in quella contadina, e non è ancora sorta e fortemente condivisa la sensibilità che porterà – nel secolo ventesimo – alla loro tutela.

Tanti giovanissimi vagabondi – migliaia di Remi senza famiglia  come nel racconto di Malot, anch’egli, guarda caso,  vissuto intorno alla metà dell’ottocento al pari di Dickens – si aggiravano per le strade vivendo di espedienti e di carità.  Sfruttati, emarginati e raggirati da adulti senza scrupoli diventavano a loro volta candidati alla furbizia che non indulge alla pietà, pronti e allenati – una volta adulti – a reiterare con naturalezza sulle successive generazioni i torti da essi subiti .

Molti fotografi, nei decenni a venire, si occuperanno degli “homeless”, dei senzatetto, degli ultimi della terra. Pensiamo a Jacob Riis, Paul Strand, Walker Evans, Dorothea Lange, Werner Bischof, Robert Doisneau, Don McCullin, Sebastiao Salgado e tanti, tanti altri ancora. Non si può citarli tutti salvo trasformare questo commento in un elenco telefonico.

Varrebbe davvero la pena di spendere utilmente il proprio tempo per osservare le loro fotografie, guardarsele con attenzione, meditando sul fatto che dietro ogni immagine vi è  stata sofferenza autentica, un dolore che non si è esaurito con il “clik” che l’ha immortalato. Ogni immagine è icona di milioni di immagini simili che non saliranno agli onori (sic!) della storia. Cambiano i volti, gli sfondi, le fotocamere che li raffigurano, ma la sostanza resta sempre identica, si perpetua senza bisogno di rinascere, come l’araba fenice, dalle proprie ceneri.

La fotografia sociale è documento ed arte al tempo stesso. Se è facile capire perché essa sia documento forse risulta meno agevole comprendere in che cosa si manifesti l’arte. L’arte, come ho scritto in un altro blog, non è definibile con parametri matematici. E’  la risultante armonica di più elementi: padronanza della tecnica e originalità espressiva . Anche una foto da catalogo o da cartolina può connotarsi artisticamente se sono presenti questi elementi così come può essere vero anche il contrario. Accade cioè che  immagini, apparentemente artistiche, risultino fredde e senz’anima, all’opposto di quello che l’arte dovrebbe rappresentare. Ma  la foto di Rejlander è arte allo stato puro.

Ho motivo di ritenere quindi che la fotografia sociale costituisca una sezione a sé. E’ formata dai contributi tecnici derivanti dalla ritrattistica, dal reportage e financo dallo studio delle forme, ma ha assunto una fisionomia propria. Ha fatto sintesi di molte cose per costruire un proprio autonomo messaggio che non è contemplativo ma stimolativo.

La fotografia sociale nasce per far riflettere, per dare un contributo forte e liquido al formarsi di una coscienza civile ed uno spirito di solidarietà. E’ – mi si passi l’analogia che non vuol essere irriverente – una fotografia evangelica, che ha per missione quella di andare tra gli ultimi della fila per descrivere ai primi, a quelli che stanno davanti nella lunghissima coda che l’umanità forma in questo pianeta che chiamiamo Terra, le facce di costoro.

Può apparire ben poca cosa: in fondo non aiuta concretamente ed immediatamente chi viene ritratto per essere icona di un disagio più generale. Pur tuttavia svolge un servizio essenziale; come tanti S.Tommaso abbiamo bisogno continuamente di vedere e toccare le piaghe per credere. Non è detto che vederle serva a chi è miope di cuore,  esisteranno sempre casi irrimediabili ai quali nessuna visione riuscirà a porre rimedio. Ma esiste la fondata certezza che  molte immagini, passando di gente in gente,  hanno contribuito a cambiare il corso della storia.

E ciò non è da poco.

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