Fotografia sociale

16 May

La forza dell’immagine è quella di riuscire – con tutti i benefici del dubbio – a dare voce immediata alla cronaca.

Su un fatto si possono scrivere migliaia di parole, centinaia di articoli e decine di libri. Ma una foto può riuscire a sintetizzarli tutti, come un’icona che riassume e sublima, oltre che il fatto in sé, la sua sostanza.

L’avvento della fotografia ha permesso di diffondere immagini che non erano soltanto finalizzate a scopo artistico o alla contemplazione, ma di raccontare episodi di quotidiana realtà di ogni parte del globo.

Sono –relativamente – lontani i tempi in cui l’Europa traeva dalle tele di Gauguin l’immagine della vita in Polinesia. Dalla metà dell’ottocento in poi, la fotografia, in modo sempre più veloce, ha raffigurato e documentato, raccontato e descritto con realismo (fatti salvi i ritocchi su cui oggi si abbonda) costumi, persone luoghi, e ciò che in essi accade. Fatti e soggetti un tempo sdegnati dalla pittura hanno finito col trovare, proprio grazie all’avvento della documentazione fotografica, spazio e attenzione, finendo col diventare oggetto di attente riprese.

Non sappiamo se sia stato il caso a far sì che Charles Dickens, definito il fondatore del romanzo sociale, sia diventato tale essendo vissuto a cavallo degli anni in cui nasceva la fotografia, così come non ci è nota la correlazione tra la sua attività di scrittore attento ai drammi dei miserabili  e la celebre immagine di Oscar Gustave Rejlander “ il bambino senzatetto che dorme”, pressoché coeva (siamo intorno al 1860), che utilizzeremo per sviluppare questo argomento, foto che è riportata in calce a questo blog.

Può darsi che sia vero il fatto che certe cose si sviluppino quasi naturalmente, contaminandosi l’una con l’altra attraverso la circolazione del pensiero, come un virus che si diffonde e scatena una pandemia.

La fotografia sociale ha probabilmente inizio con questa immagine molto forte. Una fotografia che lo svedese Rejlander,  che aveva studiato pittura a Roma prima di trasferirsi in Inghilterra, in realtà “ricostruì” artatamente in studio sulla scorta delle fedeli osservazioni che le scene di vita quotidiana sulla strada dispensavano copiosamente.

L’effetto è indubbiamente pittorico e non poteva essere altrimenti. Rejlander prima di dedicarsi quasi esclusivamente alla fotografia faceva il pittore e utilizzava la fotografia come bozzetto per realizzare i propri lavori. L’effetto è pittorico perché il pittorialismo è stata la prima poppata di cui la neonata fotografia si  era alimentata, prima dello svezzamento che interverrà con gli inizi del novecento. Stilemi, posture, inquadrature, luci, soggetti tutto pareva orientato alla clonazione della pittura in quella nuova tecnica di raffigurazione da poco inventata e che attirava ogni giorno nuovi proseliti.

L’immagine di Rejlander è bellissima per molti versi: lo è per quella luce quieta, in pieno accordo col riposo del fanciullo dalle vesti stracciate, lo è per quei gradini su cui i piedi nudi del giovanissimo dormiente delicatamente si appoggiano, incrociandosi, come quelli di un antico dio greco.  Una immagine in cui non vi sono inutili orpelli o accessori. Essenziale e pura come la povertà. Gli stipiti di una porta oltre cui non è dato vedere, come quinte discrete ma efficaci per forza narrativa,  circoscrivono uno spazio scuro su cui si stacca in modo armonico la schiena reclinata ricoperta da una camiciola lisa e sdrucita che un tempo avrebbe dovuto essere bianca. La testa del fanciullo è pesantemente abbandonata sugli avambracci, a loro volta sorretti dalle ginocchia piegate, impiombata da un sonno che immaginiamo senza sogni.

E’ una immagine emotivamente contagiante, tenera e struggente al tempo stesso. Racconta della spossatezza che il sonno, in siffatta scomoda posizione, non potrà pienamente ristorare, lascia supporre l’assoluta indigenza che sta “fuori dalle porte” dei benestanti, di una società che non ha pietà dei minori perché i minori sono braccia da lavoro nella nascente società industriale come d’altronde lo erano in quella contadina, e non è ancora sorta e fortemente condivisa la sensibilità che porterà – nel secolo ventesimo – alla loro tutela.

Tanti giovanissimi vagabondi – migliaia di Remi senza famiglia  come nel racconto di Malot, anch’egli, guarda caso,  vissuto intorno alla metà dell’ottocento al pari di Dickens – si aggiravano per le strade vivendo di espedienti e di carità.  Sfruttati, emarginati e raggirati da adulti senza scrupoli diventavano a loro volta candidati alla furbizia che non indulge alla pietà, pronti e allenati – una volta adulti – a reiterare con naturalezza sulle successive generazioni i torti da essi subiti .

Molti fotografi, nei decenni a venire, si occuperanno degli “homeless”, dei senzatetto, degli ultimi della terra. Pensiamo a Jacob Riis, Paul Strand, Walker Evans, Dorothea Lange, Werner Bischof, Robert Doisneau, Don McCullin, Sebastiao Salgado e tanti, tanti altri ancora. Non si può citarli tutti salvo trasformare questo commento in un elenco telefonico.

Varrebbe davvero la pena di spendere utilmente il proprio tempo per osservare le loro fotografie, guardarsele con attenzione, meditando sul fatto che dietro ogni immagine vi è  stata sofferenza autentica, un dolore che non si è esaurito con il “clik” che l’ha immortalato. Ogni immagine è icona di milioni di immagini simili che non saliranno agli onori (sic!) della storia. Cambiano i volti, gli sfondi, le fotocamere che li raffigurano, ma la sostanza resta sempre identica, si perpetua senza bisogno di rinascere, come l’araba fenice, dalle proprie ceneri.

La fotografia sociale è documento ed arte al tempo stesso. Se è facile capire perché essa sia documento forse risulta meno agevole comprendere in che cosa si manifesti l’arte. L’arte, come ho scritto in un altro blog, non è definibile con parametri matematici. E’  la risultante armonica di più elementi: padronanza della tecnica e originalità espressiva . Anche una foto da catalogo o da cartolina può connotarsi artisticamente se sono presenti questi elementi così come può essere vero anche il contrario. Accade cioè che  immagini, apparentemente artistiche, risultino fredde e senz’anima, all’opposto di quello che l’arte dovrebbe rappresentare. Ma  la foto di Rejlander è arte allo stato puro.

Ho motivo di ritenere quindi che la fotografia sociale costituisca una sezione a sé. E’ formata dai contributi tecnici derivanti dalla ritrattistica, dal reportage e financo dallo studio delle forme, ma ha assunto una fisionomia propria. Ha fatto sintesi di molte cose per costruire un proprio autonomo messaggio che non è contemplativo ma stimolativo.

La fotografia sociale nasce per far riflettere, per dare un contributo forte e liquido al formarsi di una coscienza civile ed uno spirito di solidarietà. E’ – mi si passi l’analogia che non vuol essere irriverente – una fotografia evangelica, che ha per missione quella di andare tra gli ultimi della fila per descrivere ai primi, a quelli che stanno davanti nella lunghissima coda che l’umanità forma in questo pianeta che chiamiamo Terra, le facce di costoro.

Può apparire ben poca cosa: in fondo non aiuta concretamente ed immediatamente chi viene ritratto per essere icona di un disagio più generale. Pur tuttavia svolge un servizio essenziale; come tanti S.Tommaso abbiamo bisogno continuamente di vedere e toccare le piaghe per credere. Non è detto che vederle serva a chi è miope di cuore,  esisteranno sempre casi irrimediabili ai quali nessuna visione riuscirà a porre rimedio. Ma esiste la fondata certezza che  molte immagini, passando di gente in gente,  hanno contribuito a cambiare il corso della storia.

E ciò non è da poco.

www.bensaver.it

rejlander_

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