Le due rive del fiume

21 May

John Steinbeck è stato – negli anni della mia adolescenza – il mio scrittore preferito. Ricordo che lessi avidamente tutti i suoi libri. I motivi per cui subii, all’incirca quindicenne, una forte attrazione per quella scrittura asciutta e diretta non mi sono tutt’oggi chiari. O forse furono piuttosto le sue storie in cui realtà e fantasia s’intrecciavano generando un qualcosa che, per la prima volta, mi faceva uscire da quel grembo onirico che resiste in ogni ragazzino come surrogato embrionale. Ma poco importa.

Il grande scrittore americano, premio Nobel per la letteratura del 1962, scrisse molte opere, tra cui Furore (titolo originale: The Grapes of Wrath, Gli acini dell’ira) pubblicato nel 1939, vincitore del Premio Pulitzer nel 1940 e da cui John Ford trasse l’omonimo film (premiato con due Oscar nel 1941) con un giovanissimo Henry Fonda nella parte del protagonista Tom Joad.

La figura di Tom Joad – per chi non lo sapesse – ha ispirato cantautori del calibro di Woody Guthrie e Bruce Springsteen. La storia ambientata nel periodo della grande depressione americana, racconta di un viaggio della speranza lungo la Route 66 dall’Oklahoma alla California. Ricordo ancora con emozione, quando percorsi questa strada, l’incontro con una vecchia vettura abbandonata (ho tutti i motivi di ritenere volutamente) sul ciglio della strada come monumento a quel periodo di dolorose e sofferte migrazioni interne.

La vidi e mi fermai a fotografarla (l’immagine è in calce a queste righe).

Molti fotografi ( tra cui la grandissima Margaret Bourke-White di cui dirò) si occuparono di documentare gli eventi legati alla Grande Depressione e ci hanno lasciato istantanee straordinarie, fotografie che si può legittimamente ritenere ben note a Steinbeck .

Nell’ambito della campagna fotografica promossa dalla Security Farm Administration, Margaret Bourke-White affrontò un viaggio negli stati del sud più toccati dagli effetti nefasti della crisi economica e scattò delle immagini rimaste nella storia della fotografia. In collaborazione con lo scrittore Erskine Caldwell (che poi divenne suo marito), produsse il libro You have seen their faces ), caposaldo nelle pubblicazioni fotografiche da lì agli anni a venire.

Margaret è stata – e vale la pena di ricordarlo – la prima corrispondente di guerra donna (sua l’immagine terribile della testa del guerrigliero nordcoreano decapitato mentre sullo sfondo uno dei carnefici se la ride beato, 1952) e prima donna fotografa per il settimanale Life.  E’ stata il primo fotografo straniero a cui l’URSS concesse il permesso di scattare in territorio sovietico (suo il ritratto “ufficioso” di Stalin ammesso a circolare all’estero in cui il dittatore, ripreso leggermente dal basso, appare sorridente con una forte luce di tre quarti che ne illumina gli occhi e gli conferisce l’aspetto di un bonario pater familias ).

Al seguito delle truppe del generale Patton che fecero ingresso a Buchenwald, mostrò al mondo le immagini dei volti dei sopravvissuti al filo spinato ed ai forni crematori tanto che la rivista Life – per la prima volta – ruppe il tabù che impediva di pubblicare le foto tragiche del fronte di guerra.  Aviatrice e viaggiatrice instancabile, Margaret, nata nel 1904, morì sconfitta dal Parkinson nel 1971. Suggerisco caldamente di studiare le sue foto e la sua vita per vedere come le immagini riflettano e dicano molto di più di quanto non si pensi sull’autore che le ha scattate.

Torniamo a Tom Joad, figura inventata come può esserlo quella di uno dei molti eroi della letteratura mondiale, ma certamente ispirata a fatti e persone che – sbucciati dall’aura della scrittura feconda e immaginifica – sono realmente esistiti, le cui vicende – denudate dai broccati del periodare di cui ogni scrittore magistralmente si avvale – trovano riscontri in aridi fatti di cronaca.

Poco importa l’esatta ubicazione, la precisa aderenza narrativa al fatto in sé, la giustezza dei nomi: quel che conta è l’essenza, il nocciolo duro della sostanza che non muta, l’effige – per quanto stilizzata – che raffigura in modo inconfondibile il senso autentico del messaggio. Chi guardasse la foto di James Dean con la sua sigaretta penzoloni tra le labbra serrate ed il suo sguardo perduto ed indecifrabile, penserebbe immediatamente alla sua vicenda umana conclusasi precocemente e tragicamente il pomeriggio del 30 settembre 1955 sulla Route 466 in California, e penserebbe al film Gioventù bruciata diretto da Nicholas Ray.

Per una (non si sa fino a che punto) misteriosa  associazione di idee il collegamento tra immagini e storie diventa automatico.  Così è avvenuto per me quando vidi quella carcassa d’auto all’incrocio con la Route 66 in Arizona. Come un baleno mi vennero in mente  la Grande Depressione, le foto di Margaret Bourke-White, Steinbeck e la storia di Tom Joad narrata in Furore.

La fotografia può raccontare tutto questo? Onestamente direi proprio di no. E’ del tutto improbabile che in qualche punto del mondo ci sia un altro “io” che di fronte a questa icona possa recuperare tutte le informazioni sedimentate nel cervello per effetto di una accumulazione in cui sono confluiti i racconti di uno scrittore americano, gli scatti di una grande fotografa, storia e musica. Le sinapsi agiscono su ogni individuo ma con effetti diversi. Per questo vale la pena di soffermarsi a descrivere la connotazione di una fotografia. E’ uno sforzo che deve essere fatto per ampliare il dialogo, costruire un ponte che colleghi due diverse visioni come si fa tra due rive di un fiume.

Mi piace chiudere queste riflessioni fondendo due personaggi citati nelle righe che precedono: John Steinbeck e James Byron Dean. Essi sono collegati da un film, l’unico girato Dean uscito nelle sale quando egli era ancora in vita, tratto da un altro capolavoro di Steinbeck: La valle dell’eden diretto nel 1955 da Elia Kazan e vincitore di un Oscar e di un Golden Globe. Lo cito perché – oltre ad essere un bellissimo ed intenso film – è la storia di una incomprensione familiare molto forte che ha risvolti drammatici. Trovo bellissima la conclusione in cui il padre Adam (paralizzato da un ictus che lo priva dell’uso della parola) fa capire a Cal (interpretato da James Dean), in procinto di andarsene da Salinas, che vorrebbe fosse lui ad accudirlo invece dell’infermiera che gli sta a fianco.

Sono due rive di un fiume che hanno viaggiato parallele senza che il ponte delle parole sia mai riuscito ad avvicinarle, anzi. Paradossalmente proprio quando le parole sono venute a mancare, quando i gesti e l’espressione le hanno sostituite, quando l’immagine, che non abbisogna di altro che non sia la giusta attenzione, ha mutamente parlato, ecco che la scintilla riesce a scoccare ed accendere una fiammella.

Ho sempre pensato che la forza di un’immagine sia quella che esprime un dialogo muto e profondo che va al cuore. Mi è toccato spiegarlo forse troppo lungamente, ma questo è il limite delle parole.

 

http:// http://www.bensaver.it

route66

© diritti riservati – vietata la pubblicazione non autorizzata (SB)

One Response to “Le due rive del fiume”

  1. roberto May 21, 2013 at 4:38 pm #

    Grazie per queste bellissime note

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s

%d bloggers like this: