Il tempo è dato

28 May

« Che cos’è dunque il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarglielo a chi me lo chiede, non lo so più.» (S. Agostino, le Confessioni l.XI, 14.17)

Mi domando come sia possibile che la nostra mente – per associazioni di idee –  riesca a percorrere con voli pindarici un itinerario apparentemente disarticolato partendo da un punto che nulla avrebbe da spartire con il traguardo a cui si approda.

Mi sono trovato a riflettere sul tempo, in generale, osservando una fotografia che ho scattato qualche anno fa in un cascinale della Provenza. L’immagine, riprodotta in calce a queste righe, raffigura un grande orologio a parete, di quelli costruiti in modo da sembrare antichi ma che in realtà sono azionati da ordinarie pile a stilo, probabilmente prodotti in qualche paese emergente,  che costano pochi euro pur facendo la loro bella figura. Con le cifre grandi e ben leggibili su un quadrante che mostra elegantissimi punti di ruggine, macchie e aloni che gli conferiscono un delizioso aspetto “vintage” in tono con le grosse lancette di moda , esso mi apparve, illuminato da una bellissima luce che filtrava da un finestrone, come una presenza viva e pulsante.

Inserito in un contesto assolutamente coerente con la sua foggia, con i sacchetti in tela contenenti la profumatissima lavanda di Provenza appesi ad un gancio a pochi centimetri di distanza, arredava uno stanzone che fungeva da rivendita e da piccolo laboratorio artigianale,  in una fattoria la cui attività prevalente appariva essere  la coltivazione ed il commercio della lavanda.

In fotografia, come ripeto spesso ai neofiti che hanno voglia di ascoltarmi, i due parametri fondamentali su cui ogni scatto si fonda sono il tempo ed il diaframma. Il diaframma è importantissimo perché – con i suoi valori  – determina la zona nitida che precede e va oltre il punto selettivo di messa a fuoco. Il tempo è essenziale per garantire che l’immagine non risulti mossa. I due fattori vanno a braccetto, assistendosi l’un l’altro come bravi e fedeli coniugi, con caratteri completamente diversi, ingrandendo la propria presenza quando quella dell’altro si attenua.  Per usare un banalissimo paragone, potremmo dire che tra le mura domestica la presenza della moglie, strutturalmente più funzionale e attiva, mette in ombra quella del marito.

Così lavorano in coppia il tempo e il diaframma: se c’è bisogno di utilizzare un tempo di esposizione molto veloce il diaframma si adegua e si apre maggiormente. Sono entrambi importanti ma – in qualche misura- il tempo lo è maggiormente per alcuni risvolti in cui la tecnica sfiora la filosofia.

Le case costruttrici di fotocamere, nel programmare la funzione AUTO ( a cui il dilettante è particolarmente affezionato perché è quella che il fotografo, dopo averlo guardato in faccia e scambiato due parole per trarne conferma, imposta di default nel consegnargli la macchina) privilegiano il tempo. Fanno in modo che, tra le due variabili possibili, predomini nello scatto quella che evita il rischio di ottenere foto mosse.

Potremmo quindi estensivamente affermare che, anche qui, il tempo è dato.

Ma ciò di cui più mi prema dire è che – guardando la fotografia del grande orologio a parete –  consideravo che, anche nella vita, il tempo è dato.

Di tutte le cose che possiamo rimediare o recuperare, l’unica su cui non è possibile agire è la perdita del tempo. Un povero può diventare ricco, un malato guarire, una persona brutta migliorare la propria estetica, un ignorante formarsi una istruzione e laurearsi, ma mai si potrà recuperare il tempo perduto.  Un vecchio adagio recita saggiamente: “non rimandare a domani quello che puoi fare oggi”.

E’ destino delle cose attraversare quella cosa che chiamiamo tempo e sulla quale è oltremodo ardito dissertare con oggettiva sapienza. Se quel quadrante fosse stato autenticamente vecchio ( mi è rimasta tuttora una piccolissima unghia di dubbio) certamente avrà scandito le ore di persone che oggi non ci sono più o – nella migliore delle ipotesi – profondamente mutate nel fisico e nella mente da quelle che erano svariati decenni prima .

Queste considerazioni si sarebbero benissimo potute fare anche davanti ad un antico ritratto mostrato da una vecchia foto ingiallita di un album di famiglia  dissepolto da un baule ritrovato in soffitta.  A me è successo di pensarle davanti ad una foto soggettivamente più neutra e e dai contenuti apparentemente formali: quella di un orologio falsamente (continuo ad esserne quasi del tutto convinto) antico.

Può così accadere di andare con la mente a cose che si sarebbero potute fare e che non sono state fatte e che non sarà mai più possibile rimediarvi. Pensare, con struggente nostalgia alle occasioni perdute  per rivolgere, ad esempio, un banalissimo gesto d’affetto nei confronti di persone che oggi non ci sono più.  Un’immagine può quindi veicolare, in maniera istintiva, un privatissimo momento di meditazione che recupera l’intimo sapore del momento raffigurato, finendo con l’avvolgerci nei vapori di un sogno mai del tutto svanito.

In quel viaggio fatto in gruppo in Provenza, da cui ho tratto la fotografia spunto di queste righe, c’era anche Gianni, un carissimo amico che , purtroppo, non è più fra noi. Anch’egli appassionato di fotografia, era interessato a vedere i miei scatti ed a sottopormi i suoi. Sebbene dotato di notevoli capacità tecniche in molti campi,  penso ritenesse la fotografia un settore in cui per lui esistessero ampi spazi di miglioramento. Mi considerava, in qualche misura, un suo personale punto di riferimento e gli piaceva moltissimo conversare a lungo sul come e perché avevo fatto un determinato scatto.

Tra le ore di quel quadrante rivedo ancora il tempo in cui quei colloqui sono avvenuti. Posso – sforzandomi – recuperare dal filo della memoria ( “cripta profonda e sconfinata”   a cui sono appesi come panni) barlumi di ricordi di cose dette e di altre che non si è trovato il tempo di dire con la scusa che lo avremmo fatto più avanti senza che ciò sia poi avvenuto.

Il tempo è dato.

In quest’ondivago altalenarsi di memoria e riferimenti tecnici, ritorno ancora un momento sulla materia fotografica. Quando vennero introdotti i primi automatismi ( sarebbe meglio dire semi-automatismi) nelle fotocamere, le due scuole di pensiero che si contrapposero furono: quelle che privilegiavano la priorità di diaframmi (impostata una determinata apertura “f”  la fotocamera calcolava automaticamente il tempo necessario) e la priorità di tempi (prefissato un tempo “t” di esposizione la macchina provvedeva a chiudere il diaframma sul relativo valore necessario ad ottenere la foto correttamente esposta).

Ricordo ancora le infinite discussione su quale dei due sistemi fosse da preferirsi. Alcuni consideravano (con buone motivazioni) che decidere su quale valore regolare il diaframma consentisse una maggiore creatività, valga come esempio il contributo dello sfocato, pregio dei ritratti. Altri controbattevano (con non minore validità) che non determinare il tempo  esponesse al rischio di fare foto idealmente precise ma concretamente mosse. Regolando il tempo si può, ad esempio, decidere di rendere gelatinoso il fluido scorrere dell’acqua, congelare nitidamente l’istante in cui un’azione veloce  si svolge (come nello sport) oppure ottenere un dinamismo artificiale ( la tecnica del panning).

Viste oggi queste discussioni ricordano davvero quei dibattiti che sentivo da bambino su chi, tra Coppi o Bartali, fosse stato il più forte .

Comunque la si guardi, la questione cade comunque su un aspetto che non è solamente tecnico, ma anche filosofico. La fotografia è essenzialmente l’arte di immortalare un momento: solo e quel momento. Un attimo spesso fatto di qualche centesimo o millesimo di secondo, assolutamente irripetibile. Quel click dell’otturatore, per il tempo dato, registra molto di più di quanto fisicamente finisce nell’inquadratura. Coinvolge emozioni, ricordi, sensazioni, passioni, visioni, sogni e desideri.

Tutto questo finisce col rappresentare la memoria, ventre del pensiero, e fissarsi similmente ad un quadro mediante un gancio che non si noterà più quando gli occhi si volgeranno ad osservare il quadro. Ogni fotografia rappresenta il fotogramma di un preciso momento accaduto nel lungo documentario della nostra vita, vi resta appesa mediante un invisibile gancio nascosto dalla cornice.

Diversamente dai tempi in cui S.Agostino scrisse le sue Confessioni, oggi noi possiamo aiutare la memoria attraverso un considerevole numero di immagini. Per molti secoli la conoscenza e la memoria si sono tramandate prevalentemente per via orale e, solo per i più istruiti,  vi erano gli scritti che potevano assolvere al compito di ricordare fatti e personaggi dei tempi andati. Fino all’avvento della fotografia, solo pochi benestanti potevano permettersi una galleria di ritratti dipinti dei propri familiari e degli avi, affidandoli alle generazioni future perché potessero vederne le fattezze e mantenendo viva e concreta la memoria di chi li aveva preceduti. La stragrande maggioranza della gente invece poteva solo immaginare com’erano fatti luoghi e persone lontani; difficilmente i nipoti avevano in mente il viso dei loro nonni, i cui nomi  non potevano in alcun modo legarsi a una espressione o a un benché minimo sguardo. Una fitta nebbia avvolgeva le ombre del passato.

Gli affreschi nei luoghi di culto servivano principalmente, con rispetto di una coerenza storica molto approssimativa (si pensi agli abiti con cui venivano raffigurati i soggetti o gli edifici che riflettevano l’epoca in cui il pittore li dipingeva e non certo quelli oggettivamente in uso tra i personaggi descritti), a raccontare gli episodi delle Sacre Scritture. Era l’unico modo conosciuto per dare concretamente, su larga scala, forma visiva ai racconti, pubblicando – come un fumetto senza parole – una visione in grado di spiegare, narrare, ammaestrare.

Ci sarebbe da aggiungere, incidentalmente, come quel volgo notevolmente meno istruito di quanto oggi lo sia la media della popolazione, fosse in grado di “leggere” quelle immagini e capirle, diversamente da quanto ai tempi nostri la gente sia in grado di fare se messa davanti alla stessa raffigurazione.

Possiamo quindi ritenerci privilegiati di disporre oggi della fotografia che ci aiuta a tramandare in maniera precisa e più “realistica” volti, luoghi e momenti. Essa, però, continua a definire principalmente il tempo.

Per questa ragione mi trovo d’accordo con quanti assegnano alla fotografia una funzione principalmente documentaristica e narrativa. Essa rappresenta la prima testimone del tempo.

Come in quell’orologio, sul cui quadrante le lancette ruotano per segnarne lo scorrimento, testimone del tempo che è dato.

orologio

http:// www.bensaver.it

© diritti riservati – vietata la pubblicazione non autorizzata (SB)

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s

%d bloggers like this: