Lo specchio opaco dell’anima

26 Jan

Una volta, discutendo di ritratti in generale, affermai che l’essenza del ritratto – a mio modo di vedere – va ricercata nella fedele raffigurazione dell’anima del soggetto o, quantomeno, nel suo stato d’animo sia pur contingente. Non è facile spiegare questo concetto ma ci provo.

Si dice comunemente che gli occhi  siano lo specchio dell’anima. Anche se sarebbe probabilmente più preciso riferirsi allo sguardo, piuttosto che all’anatomia dei bulbi oculari, in questa antica massima possiamo trovare una buona dose di verità.

Partiamo dal più famoso e classico dei ritratti, la Gioconda. Dipinta ad olio su una tavola di pioppo intorno alla prima decade del 1500, deve indubbiamente la sua celebrità a quello sguardo enigmatico che da secoli affascina chi l’osserva. Chi o che cosa abbia voluto raffigurare Leonardo con il suo dipinto è cosa alquanto ardua da stabilire con assoluta certezza. Sull’argomento si sono sprecati invano fiumi di inchiostro. Ma non è questa la cosa che ci interessa affrontare.

Lo sguardo indecifrabile di Monna Lisa (secondo il Vasari si tratta di Lisa Gherardini moglie di Francesco di Bartolomeo di Zanobi del Giocondo da cui appunto deriverebbe il nome Gioconda) è la fedele raffigurazione di un’anima.

Una forza centripeta che attrae come un potente gorgo al quale non si riesce a sfuggire, pur concentrandosi sullo sfondo brumoso delle montagne, sulla sinuosa stradina – a sinistra di chi guarda – che porta ad uno specchio d’acqua ovvero sul ponte ad arcate sulla destra: un paesaggio quasi onirico che sfuma in un sottile velo di foschia, degno contorno di un volto senza concessioni.

Non essendo noti altri ritratti della stessa persona e non essendoci possibilità quindi di confrontarla con altre espressioni possiamo ritenere questo sguardo sornione l’elemento caratterizzante il personaggio, la dissimulazione l’aura che ne illumina la figura.

Che sia vera o meno l’identità della persona ritratta poco conta.  Leonardo ha colto e lasciato in eredità ai posteri un’espressione da lui giudicata la perfetta connotazione dell’anima. Lo deduciamo anche perché le analisi spettrografiche hanno dimostrato che sotto la vernice definitiva del quadro esistono dei rifacimenti.

Ma se si osserva tutta la ritrattistica pittorica, da quella somma a quella meno pregiata, inclusi i ritratti degli antenati che in sequenza ornano le sale di molti nobili manieri, non potrà sfuggire il fatto che l’abilità del pittore era soprattutto volta a consegnare un ritratto che non fosse solo  fisionomicamente “somigliante” al soggetto ma che ne evidenziasse soprattutto la sua espressività.

Con l’avvento della fotografia, i primi ritrattisti fotografi ( penso a Nadar ma non solo a lui) non si sottrassero a quel lavoro di introspezione psicologica necessaria per ottenere un ritratto che non fosse solo esteticamente bello  ma anche pienamente aderente alle caratteristiche del soggetto. Anzi, curarono questo aspetto con la massima attenzione e sensibilità.

Il ritratto è una delle specializzazioni fotografiche che più prediligo. Mi piace soprattutto perché instaura un rapporto diretto tra persone. Il fotografo non si confronta con una cosa ferma o muta come un paesaggio o un cesto di frutta, ma con un proprio simile. Di fronte non c’è una “cosa”  da immortalare, ci sono piuttosto storie,  sentimenti, aspirazioni, sogni. C’è un’anima che si cela e – al tempo stesso – chiede di rivelarsi.

In alcune popolazioni la fotografia viene ancora vista con diffidenza. Farsi fotografare viene vissuto come una spoliazione del proprio io e questo al di là del fatto che si tratti di un io contingente o duraturo. Questa precisazione è doverosa in quanto si dice che qualche antica tribù di pellerossa rifiutasse l’idea della propria immagine in fotografia in dipendenza del fatto che ognuno cambia aspetto durante la sua esistenza e, di conseguenza, la fotografia non lo rappresenta nella verità ma in una piccola frazione della verità.

Incidentalmente, mi fa riflettere il fatto che molta gente cambia continuamente (penso a Facebook) l’immagine del proprio profilo, come se – ogni tanto – sorgesse l’impellente necessità di sostituire il proprio ritratto in quanto non più ritenuto adeguato o connotante il proprio io. Come se si fosse opacizzato quello specchio in cui ci si vede raffigurati.

Viene istintivamente  da considerare che, sul ritratto fotografico, quelle tribù di pellerossa abbiano intuitivamente  capito molto di più  rispetto a milioni di fotografi succedutisi da allora fino ad oggi.

Non si può negare che vi era, in quella riluttanza, una parte di ragionamento che convince: se noi prendiamo in mano l’album di famiglia e lo sfogliamo (sperando che sia ancora una buona abitudine possederne uno), ci capiterà spesso di trovare qualche fotografia e domandarsi “ Ma questo qui chi è? “. Provvidenzialmente ci sarà chi, dotato di buona memoria dirà, ad esempio: “ Non lo riconosci? Ma è tuo nonno quando si è fidanzato con tua nonna.” Nella nostra mente il volto di del soggetto era ancorato ad un ricordo/ritratto ben preciso, averlo visto in un altro contesto o momento storico diverso ci ha disorientato. Solo riguardando bene ci sarà magari possibile ritrovare quell’espressione familiare che riconcilia contabilmente i nostri ricordi con quell’immagine.

Ciò detto, torniamo alla capacità del ritratto di essere uno specchio dell’anima. Oggi è facilissimo trovare su internet, soprattutto nei social forum o nei siti di fotografia amatoriale, migliaia di ritratti. Non parlo delle foto di gruppo, ma di fotografie scattate proprio perché si desidera catturare un ritratto del soggetto, un bel ritratto.

Non sfuggirà, ad un osservatore attento e sensibile, che un ritratto viene comunemente valorizzato in base ad un mero criterio estetico, secondo la facile equazione “ un bel  volto è uguale a un bel ritratto”.  E’ del tutto comprensibile che a nessuno piaccia vedersi ripreso trasandato e coi capelli in disordine, (soprattutto le signore sono molto attente che ogni capello sia al suo posto). Ognuno vorrebbe offrire il lato migliore di sé, essere fotografato (come si dice) sotto la luce migliore. E’ tutto da vedere se poi questa immagine rispecchi precisamente ciò che noi realmente siamo o soltanto un’algida e scintillante vetrina che nasconde il negozio che sta dietro.

Per converso, capita talvolta di avere sottomano un ritratto efficace (nel senso di espressività e forza d’immagine) oltre che strutturalmente connotante, brutalmente stroncato dal soggetto inquadrato che si vede brutto e non affatto corrispondente all’idea che egli ha di sé.

E’ un fatto che noi ci vediamo “ascoltando” la nostra anima più che controllandoci allo specchio. Non trascorriamo, come Narciso, tutto il giorno  a specchiarci. Tuttavia, per tutto  il giorno, il nostro io dialoga incessantemente con noi, al punto che sembra situarsi – più che dentro di noi-  davanti a noi . E’ lo stesso io che vorremmo ritrovare nei ritratti di noi medesimi e che continuiamo ad inseguire in ogni fotografia, mentre esso pare si diverta continuamente a sfuggirci. Quasi nessun ritratto finisce col restituircelo, quasi che la buccia del nostro volto – con le sue fattezze che attirano la nostra più severa critica – continuasse a nascondercelo beffardamente. Lo sentiamo, ci parla, lo possiamo quasi sfiorare con le mani eppure, quando ci rivediamo in fotografia, esso non c’è più.

Ecco che il surrogato della “bella foto” intesa come figura giovane, snella, dai bei lineamenti, occhi luminosi e sorriso accattivante diventa lo stereotipo a cui riferirsi per confrontarsi. E , conseguentemente, anche il fotografo opera su questo clichè.

Nella storia della fotografia  esiste – che io sappia – una sola rara eccezione. E’ il caso della celebre foto della marchesa Casati, scattata nel 1922 dal grande Man Ray e che metto in calce a queste righe per la legge del contrappasso. Una foto tecnicamente malriuscita perché mossa ( capitava anche ai migliori, soprattutto con gli strumenti di un tempo). Si dice che Man Ray volesse distruggerla e si sia salvata proprio per volere della marchesa che, in quel ritratto spiritato e indecifrabile, riconobbe se stessa. Chi si desse pena di leggere la vita di questo personaggio ( Luisa Amman che sposò nel 1900, appena diciannovenne, il marchese Camillo Casati ebbe una lunga e scandalosa relazione con D’Annunzio) capirebbe meglio il perché di questa volontà.

La Gioconda non è bella perché è una bella donna. Ci sono, in pittura, ritratti di figure femminili assai più graziosi se confrontati sui canoni della bellezza classica. Ma non si può procedere come se si trattasse di una selezione per Miss Italia. Il ritratto assume valore se riesce a restituire quella che i latini chiamavano “imago” (immagine, figura anche come spirito) altrimenti resta solo lo specchio non cristallino dell’anima.

E’ questa la sfida più ardua per ogni fotografo, sfida che può essere se non vinta almeno non persa, solo con la perfetta sintonia tra il soggetto e l’autore dello scatto. Potremmo, parafrasando Goethe, chiamarla “affinità elettiva”, senza la quale obiettivo e volto non metteranno a fuoco sullo stesso asse. Per questa ragione i pittori, se non lavoravano di fantasia, facevano molte sedute col loro soggetto, proprio per stabilire quella empatia feconda che porta la mano a disegnare come guidata da una potente musa ispiratrice. Non solo tecnica quindi, ma introspezione.

Ho avuto modo di conoscere alcune fotomodelle e mi capita spesso di ritrovarle in molti lavori fotografici esteticamente e tecnicamente assai validi. Confesso che però, talvolta, fatico a capire che si tratti della stessa persona. E questo non è solo frutto delle luci, del taglio, dell’acconciatura o del trucco. E neppure dell’espressione che (se si guarda a fondo) è pur faticosamente riconoscibile. Dipende – a mio avviso – su quale materiale ha voluto lavorare il fotografo, se sull’anima o sul corpo.  E questo atteggiamento non è sempre dettato da motivazioni commerciali.

Se torniamo alla realtà più quotidiana, abbandonando il settore della carta patinata, dei cataloghi e delle foto di scena, non si sposta molto la sostanzialità della questione. Abbagliato da questi modelli di riferimento, il fotografo di giornata imita l’ Edoardo di Goethe che vive una vita coniugale con Carlotta pensando ( e sperando) che essa sia Ottilia. Potrà sì ottenere qualche foto ben fatta e un bell’ovale incorniciato da splendidi capelli, oppure un perfetto viso rugoso che renda l’idea del vissuto, ma dovrà accontentarsi solo di questo.

Tutte le volte però che l’anima viene restituita appieno anche la figura finisce con l’assumere una veste più reale, meno artificiosa e costruita. Ma sono casi quantitativamente limitati di numero rispetto alla sovrabbondanza di scatti presenti nei vari portfolio.

Ecco perché tocca sovente constatare come un ritratto fotografico, pur esteticamente gradevole, finisce con l’essere sostanzialmente inespressivo e, quindi – purtroppo – solo lo specchio opaco dell’anima.

Casati

www.bensaver.it

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