Archive | February, 2014

Metafotografia

8 Feb

Mi rendo perfettamente conto che il titolo dato a questa riflessione può suscitare in più di un lettore non pochi interrogativi se non, addirittura, perplessità.

Per giustificarne la ragione mi appello ad una analogia semplificatrice, qui utilizzata solamente come chiave di lettura di un ragionamento logico che invito a seguire.

Assai probabilmente ad alcuni il termine “metafotografia” fa venire in mente la “metafisica” aristotelica. E non a torto.

E’ stato stabilito che per metafisica (termine che Aristotele non utilizzò affatto) si intendono i quattordici libri che egli scrisse in tempi diversi, riuniti con questo titolo tre secoli dopo la scomparsa del sommo filosofo stagirita, da Andronico di Rodi ( non escluso in continuazione di altri prima di lui) e posposti alle trattazioni concernenti la natura (fisica) delle cose.

Meta significa appunto “dopo” o anche “ al di là”, “oltre”. Pertanto, se letteralmente “metafisica” equivale a dire “oltre la fisica”,  ne deriva che il titolo assegnato a queste righe ha proprio l’intenzione di significare “ oltre la fotografia”. Nient’altro che questo.

Infatti la mia riflessione parte da una considerazione che ogni giorno mi viene da fare osservando molti lavori fotografici e che – a mio giudizio – vanno oltre l’immagine derivante dal puro processo di ripresa. Possono partire sì – embrionalmente – da uno scatto fotografico ma si sono trasformati in qualcos’altro di diverso.  Nulla a che spartire col foto ritocco o con quegli esperimenti di foto a contatto o altre cose del genere che oggi fanno soltanto sorridere. Un mutante che – come nei film di fantascienza – pur apparentemente simile nelle fattezze ad un comune mortale, possiede caratteristiche e poteri che vanno oltre la normalità.

La manipolazione digitale delle immagini, la possibilità di trasformarle radicalmente in modo assolutamente impensabile fintanto che il processo di arrangiamento è stato solo chimico e meccanico, ha aperto una nuova frontiera. Sono preistoria i viraggi al selenio o  seppia, così come le mascherature per guadagnare qualcosina nella dinamica delle luci e delle ombre. L’ HDR introdotto dalla grafica computerizzata (High Dynamic Range, ampia gamma dinamica) con i suoi algoritmi ha letteralmente fuso sole e luna, luce e penombra, liquefacendo come burro diverse lunghezze d’onda e rimontandone come un frullatore ad immersione in un composto chiarificato.

Quotidianamente osservo su riviste (più o meno specializzate) o su internet immagini che hanno del fantastico e che stordiscono per la loro complessità, la fusione di aspetti onirici ad elementi reali, l’ambivalenza, il cromatismo rifulgente, la supernitidezza epigona della pittura fiamminga con cui condividono la spazialità unificata dalla luce e il piacere estetico del miniaturismo portato all’estremo. Solo alcune sono frutto esclusivo dell’uso sapiente dei filtri di correzione o conversione (che esistevano già all’epoca della fotografia analogica), o dell’idoneo impiego di tempi e diaframmi al fine di ottenere particolari effetti . Tutto questo esiste già da decenni nella fotografia tradizionale. Ma ben altre manipolazioni sono state introdotte con l’avvento dell’editing digitale.

Si va anche al di là del pesante rimaneggiamento delle bellezze muliebri che appaiono tutte confezionate secondo cliché che hanno standardizzato la pelle marmorea, abolendo qualsiasi naturale imperfezione fisica, dalla pur minima ruga ai rotolini, nonché le piccole rughe d’espressione. Bambole di cera irreali che nel quotidiano nessuno potrà veramente incontrare e toccare.

Guardiamo paesaggi artefatti, scene di vita clonate da quelle del mondo fantasy, luci impossibili . Un eccesso di edulcorazione che sposta la frontiera dell’immagine fotografica concretamente ottenuta in ripresa su un piano irreale.

Tutto ciò, a mio parere, comporta la necessità di dover giocoforza parlare di metafotografia.

Un quotidiano nazionale come Repubblica ha dedicato una pagina  alla vivacissima polemica sorta in questi giorni sulle immagini utilizzate nella campagna pubblicitaria denominata Divina Toscana, immagini decisamente taroccate ed aggiustate su stilemi che oggi sono ritenuti più gradevoli per il pubblico. Metafotografie per l’appunto, dove l’abilità del ritoccatore rimastica i già gradevolissimi paesaggi toscani per coagularli in una atmosfera degna di una saga fantasy.

Lontano da me ogni critica, giudizio di valore o preconcetto censorio. Non è questo l’animo con cui scrivo queste righe.  Chi è senza peccato scagli la prima pietra, è stato detto. Anch’io mi diletto ad esplorare queste nuove frontiere e quanto più sperimento, tanto più scopro e mi stupisco della possibilità del tutto insospettate nella manipolazione delle immagini. Tuttavia trovo che sarebbe ora di ripensare a come suddividere e catalogare due forme espressive che si sono definitivamente separate e si stanno sempre più allontanando.

Com’è possibile, mi chiedo, salvo non si voglia affrontare il tema sotto il profilo puramente culturale al fine di sottoporle ad una analisi logica, mettere insieme nello stesso contesto espositivo (penso ad un concorso o a una mostra a tema) fotografie e metafotografie? Non sarebbe meglio tenerle distinte, o perlomeno identificarle chiaramente ad uso di un osservatore sprovveduto?

Oggi si discute tanto sulle etichettature dei prodotti, al fine di garantirne l’originalità e la provenienza, rendere trasparente la filiera che li ha portati sul mercato. Ci risentiamo (giustamente a mio avviso) se accade che qualche produttore d’oltralpe chiami Parmesan un formaggio che nulla a che vedere col vero Parmigiano di cui non sono stati rispettati i disciplinari. Eppure sono entrambi formaggi, entrambi commestibili (il Parmigiano a mio avviso è comunque inarrivabile).

Corretto far rilevare che l’esempio succitato confronta di due gradi di valore diverso e che i riflessi di questa brutale assimilazione si estendono ad un danno economico e non certo ad aspetti estetici e fondamentalmente virtuali. Pur tuttavia il principio della etichettatura e della trasparenza, ai fini della conoscenza da parte di un osservatore su che cosa stia realmente osservando, non sono poi così dissimili.

Qualcuno potrebbe – argutamente – obiettare che alla fin fine non conta tanto come si è giunti a realizzare un’immagine, ma quel che importa è l’immagine in sé. A costui potrebbe a sua volta essere contrapposto il ragionamento che se il fine giustifica i mezzi, allora molte altre cose dovrebbero essere rimesse in discussione, non solo il concetto legato all’immagine. Incluso, quindi, il concetto stesso di fotografia il cui significato letterale è “scrivere con la luce” e non certo “scrivere con gli algoritmi”.

Se è lecito pensare al mondo dell’immagine come da un grande contenitore in cui ci sta dentro tutto: dalla pittura alla scultura, dal cinema alla fotografia, dalla grafica pubblicitaria ai fumetti, certamente qualche differenziazione strutturale e concettuale all’interno delle varie componenti sussiste. Il fine è sempre la creazione di un’immagine (conta poco qui se bella o brutta, se di grande o nessun valore artistico, se economicamente finalizzata o puro hobbysmo), ma la declinazione a cui essa appartiene andrebbe dichiarata e resa formalmente nota.

Lo trovo un aspetto, se vogliamo dirlo, etico. Che estende la sua valenza alla difesa stessa dell’originalità della forma espressiva con cui l’immagine è stata creata. Non trovo nulla di biasimevole nel sapere che una fotografia (apparente) è in realtà una metafotografia. La si può apprezzare e ammirare e  meglio giudicare per quello che è, per il lavoro di “rifacimento” ad essa sottostante.

Al di là di queste considerazioni che non pretendo siano condivise da tutti, la domanda che oggi ci si potrebbe lecitamente porre è che cosa ci riserva il domani. Personalmente ritengo che siamo lontani dall’avere esaurito i possibili scenari futuri. Non escludo che fra qualche decennio o anche meno sarà possibile assistere a forme grafiche oggi insospettabili e che il mondo dell’immagine godrà di risorse mirabolanti. Probabilmente dovremo anche inventare termini nuovi per descriverle, altro che il semplice ricorso al mutuo di un’antica catalogazione come la parola metafotografia lascia trasparire.

E con questo concludo, inserendo in calce a queste mie note una mia “metafotografia” che solo apparentemente è una fotografia, un’immagine ricostruita virtualmente su cromatismi che la realtà non mi ha offerto.

www.bensaver.it

foglia

© diritti riservati – vietata la pubblicazione non autorizzata (SB)

L’assioma di Adams

4 Feb

Assioma: s.m.[dal lat.axioma] verità o principio di per sé evidente.

Ansel Easton Adams  (San Francisco, 20 febbraio 1902 – Carmel-by-the-Sea, 22 aprile 1984) è stato un grandissimo fotografo paesaggista.  Le sue opere, i suoi libri rappresentano un punto di riferimento nella storia della fotografia. Non voglio qui trattarne giacché non è questo il motivo delle mie righe, ma è corretto quanto meno citare il fatto che il presidente Jimmy Carter, nel 1980, gli conferì la medaglia presidenziale della libertà, che rappresenta la massima onorificenza civile degli Stati Uniti.

Adams è anche celebre per numerosi aforismi e citazioni. Tra queste, una mi ha colpito in modo particolare; una frase che ritengo molto profonda in quanto va oltre la fotografia intesa in senso stretto. Per molti versi esprime una meditazione che azzarderei a definire universale.

I miei appunti sulla fotografia, le mie considerazioni hanno sempre mirato a coinvolgere aspetti che non sono esclusivamente tecnici o confinati nell’alveo delle nozioni comprensibili solo agli addetti ai lavori. Credo che nulla di quanto noi facciamo o pensiamo (salvo rare e debite eccezioni estremamente specialistiche) sia confezionabile in un tubetto sterile su cui debba essere scritto “ Riservato a pochi, da consumare solo su idonea prescrizione”.

La citazione di Adams a cui mi riferisco e che credo possa essere definita un assioma è la seguente: “ Tu non fai una fotografia solo con la macchina fotografica. Tu metti nella fotografia tutte le immagini che hai visto, i libri che hai letto, la musica che hai ascoltato e le persone che hai amato.”

La frase non è soltanto bella o d’effetto. Non contiene solo un velato invito a meditarla, ma è di una sorprendente evidenza che stupisce non considerarla, apoditticamente, alla stregua di un detto popolare come “ Chi va al mulino s’infarina” o anche “ Tentar non nuoce “.

Ogni tanto essa mi ritorna in mente, soprattutto quando pianifico un progetto fotografico su cui vorrei lanciarmi. Ma mi capita di pensarci ogni qualvolta un neofita mi interroga su come sia possibile scattare fotografie migliori.

Credo –  resta questa una mia personale opinione – che Adams abbia voluto dire che una fotografia non è mai solo uno scatto più o meno tecnicamente ben riuscito. Non può essere pensata solo come un fatto raffigurativo la cui creazione è avvenuta solo in base all’istinto o alla capacità creativa del fotografo. Lo ritengo anche un monito a riflettere sul fatto che in essa dovrebbe esserci qualcosa di più.

Dove ci porta tutto questo? A due considerazioni fondamentali. La prima è dovremmo sforzarci di capire meglio le fotografie e maggiormente apprezzarle se in essa si riesce a vedere ( o intravedere) una profondità che va oltre il semplice messaggio visuale; la seconda è che dovremmo sforzarci a nostra volta di ripensare al moto dell’anima che ci ha indotto a premere il pulsante di scatto. Quali emozioni, quali ricordi latenti o intime pulsazioni ne hanno generato la necessità? Perché quello scorcio e solo quello ci ha colpito? Che cosa ci ricorda, di quale messaggio è portatore?

Fotografare a casaccio credo sia un po’ come starnutire.  Quando capita, capita.  A tutti succede di starnutire per un raffreddore o per un’irritazione di natura tattile delle vie nasali. Ciò è dovuto alla ipersensibilità delle terminazioni nervose della mucosa che producono una reazione tanto istintiva quanto difficilmente controllabile.

Mi rifiuto di pensare che le fotografie siano solo il frutto di una ipersensibilità che scatena un’irrefrenabile voglia di clic. Ma quand’anche ciò accadesse, sullo sfondo, c’è sempre un’inconscia costruzione mentale che parte da un riflesso originato dall’accostamento con sensazioni e cultura su cui abbiamo costruito il nostro vissuto.

Va rigettata però un’obiezione, che qualcuno potrebbe avanzare, tipo: “ Ma chi fa brutte fotografie, le fa solo perché ha letto brutti libri, ascoltato pessime musiche e amato persone ignobili?”. Evidentemente no. Il sillogismo è sempre pericoloso e fuorviante se fondato sulla proprietà dei concetti di essere come il piombo: pesanti ma anche malleabili .

In fotografia non si può prescindere, come in molte altre attività artistiche/artigianali, da una certa perizia tecnica che qui viene data per scontata. Quindi non si allude a fotografie con evidenti errori tecnici dovuti all’incapacità di padroneggiare correttamente il mezzo. Ma ci si riferisce ad un prodotto esibito da quanti – dotati di un minimo perizia – lo producono perché sia visto e valutato nella sua sostanziale espressione raffigurativa o evocativa.

Se si guarda l’enorme mole di immagini postate sui siti web stordisce l’incredibile quantità di fotografie di cui si fa fatica a capire la sostanza. Ciò non è avvenuto per caso. Possiamo imputarla a varie concause, tra cui la proliferazione dell’informazione esclusivamente visuale a scapito della profondità culturale, la notevolissima facilità realizzativa concessa dalle moderne fotocamere digitali (pagata a prezzo di una abissale ignoranza sui fondamentali della fotografia), l’uso incontrollato di strumenti di editing fotografico al fine di stravolgere una immagine per trasformarla in una velina truccatissima e ammiccante.

E tanto più questi modelli patinati o l’artificioso ritorno al vintage con un bianco e nero, vignettato o seppiato, spopolano sul web, tanto più ci si imbeve di questa cultura e la si finisce col considerare il modello di riferimento. Ma quanti di questi fotografi hanno studiato le fotografie di Adams piuttosto che quelle di Salgado, Haas o Lange, solo per citare qualche autore? Quanti di loro hanno visitato mostre fotografiche o letto libri? Spopola su YouTube lo spezzone di un noto quiz televisivo in cui una concorrente sbaglia clamorosamente la risposta su ben due periodi storici tristemente famosi. Quando me lo hanno segnalato e l’ho visto ho pensato ad uno scherzo e che non fosse accaduto veramente. Mi pareva impossibile  che alla stessa domanda anche gli altri concorrenti ( ma proprio tutti ) avessero dato una risposta errata. Ripensandoci bene mi sono detto che forse non v’era di che stupirsi.

Chi legge più oggi? Leggere costa fatica, costringe a riflettere per poter elaborare concetti astratti. Assai più facile guardare un’immagine o un film. Se poi questi siano validi o meno, beh questo non ha poi tanta importanza, né ci si preoccupa di fornirsi degli strumenti culturali necessari per poterli validare.  Confesso che quando acquisto un libro di fotografia leggo attentamente e scrupolosamente non solo tutte le didascalie e le note in calce alle stesse, ma la prefazione al libro, quanto scrive l’autore e gli eventuali editoriali inseriti nel testo. Non mi perdo una riga di nessuna pagina. Non mi basta sfogliarlo per osservare le immagini, lo considero riduttivo e – per certi aspetti – anche irrispettoso.

Anche la musica ha la sua importanza, considerata la stretta interrelazione che esiste tra suono e immagine. Di quale musica ci imbeviamo? Quale cultura musicale possediamo? E’ stato fatto un tentativo di formarcene una quanto meno articolata?

Non voglio fare di tutta l’erba un fascio. Ma è innegabile che l’assioma di Adams andrebbe inquadrato anche come un invito a ripensare bene su quale piano ci si colloca anche con un semplice scatto.

Teoricamente oggi sono accessibili a tutti gli strumenti idonei per potersi acculturare e creare quel substrato di humus su cui possono germinare idee e (soprattutto) consapevolezza. Il problema è che non sempre è facile individuarli e scarseggia la volontà di cercarli.

Un buon foto club sarebbe il luogo deputato per costruirsi una cultura fotografica di base, salvo che non si trasformi (come talvolta avviene) in una specie di palestra di body-building, dove i più palestrati snobbano i novizi e anziché la condivisione della conoscenza prevalga una inutile quanto perniciosa attitudine a tenere per sé quei pochi segreti della tecnica fotografica. In un buon foto club si potrebbe imparare non soltanto a padroneggiare meglio il mezzo fotografico, ma anche a guardare correttamente un’immagine e valutarla nei suoi aspetti formali e sostanziali. Crescere anche concettualmente.

Ma questo non basta. Occorre leggere libri e riviste, andare per mostre, confrontarsi e cercare di pensare in grande: ovvero non limitarsi alla semplice bevuta di nozioni fotografiche per quanto elevate. L’assioma di Adams va oltre questo. Sottolinea che quanto più si è mentalmente aperti , quanto più ci si sforza di percorrere l’altipiano della cultura di ogni genere e si intessono relazioni umane profonde ed affettivamente ripaganti ( sono convinto che Adams alludesse anche all’amicizia e non solo alla corresponsione di amorosi sensi), tanto più in ogni nostra fotografia tutto questo riesce ad essere incorporato ed emergere. Forse talvolta in modo confuso e non immediatamente percepibile ma ci finisce dentro.

Mi piace chiudere qui con una frase non meno bella e profonda di quella di Adams. Va attribuita a Ferdinando Scianna (Bagheria, 4 luglio 1943), il grande fotografo siciliano che stimo moltissimo per il suo stile e la sua capacità espressiva ma anche per la profondità di pensiero: “ Importante è la vita, non la fotografia. Importante è raccontare. Se si parte dalla fotografia non si arriva in nessun altro posto che alla fotografia.”

© diritti riservati – vietata la pubblicazione non autorizzata (SB)omaggio ad Ansel Adams_bn