L’assioma di Adams

4 Feb

Assioma: s.m.[dal lat.axioma] verità o principio di per sé evidente.

Ansel Easton Adams  (San Francisco, 20 febbraio 1902 – Carmel-by-the-Sea, 22 aprile 1984) è stato un grandissimo fotografo paesaggista.  Le sue opere, i suoi libri rappresentano un punto di riferimento nella storia della fotografia. Non voglio qui trattarne giacché non è questo il motivo delle mie righe, ma è corretto quanto meno citare il fatto che il presidente Jimmy Carter, nel 1980, gli conferì la medaglia presidenziale della libertà, che rappresenta la massima onorificenza civile degli Stati Uniti.

Adams è anche celebre per numerosi aforismi e citazioni. Tra queste, una mi ha colpito in modo particolare; una frase che ritengo molto profonda in quanto va oltre la fotografia intesa in senso stretto. Per molti versi esprime una meditazione che azzarderei a definire universale.

I miei appunti sulla fotografia, le mie considerazioni hanno sempre mirato a coinvolgere aspetti che non sono esclusivamente tecnici o confinati nell’alveo delle nozioni comprensibili solo agli addetti ai lavori. Credo che nulla di quanto noi facciamo o pensiamo (salvo rare e debite eccezioni estremamente specialistiche) sia confezionabile in un tubetto sterile su cui debba essere scritto “ Riservato a pochi, da consumare solo su idonea prescrizione”.

La citazione di Adams a cui mi riferisco e che credo possa essere definita un assioma è la seguente: “ Tu non fai una fotografia solo con la macchina fotografica. Tu metti nella fotografia tutte le immagini che hai visto, i libri che hai letto, la musica che hai ascoltato e le persone che hai amato.”

La frase non è soltanto bella o d’effetto. Non contiene solo un velato invito a meditarla, ma è di una sorprendente evidenza che stupisce non considerarla, apoditticamente, alla stregua di un detto popolare come “ Chi va al mulino s’infarina” o anche “ Tentar non nuoce “.

Ogni tanto essa mi ritorna in mente, soprattutto quando pianifico un progetto fotografico su cui vorrei lanciarmi. Ma mi capita di pensarci ogni qualvolta un neofita mi interroga su come sia possibile scattare fotografie migliori.

Credo –  resta questa una mia personale opinione – che Adams abbia voluto dire che una fotografia non è mai solo uno scatto più o meno tecnicamente ben riuscito. Non può essere pensata solo come un fatto raffigurativo la cui creazione è avvenuta solo in base all’istinto o alla capacità creativa del fotografo. Lo ritengo anche un monito a riflettere sul fatto che in essa dovrebbe esserci qualcosa di più.

Dove ci porta tutto questo? A due considerazioni fondamentali. La prima è dovremmo sforzarci di capire meglio le fotografie e maggiormente apprezzarle se in essa si riesce a vedere ( o intravedere) una profondità che va oltre il semplice messaggio visuale; la seconda è che dovremmo sforzarci a nostra volta di ripensare al moto dell’anima che ci ha indotto a premere il pulsante di scatto. Quali emozioni, quali ricordi latenti o intime pulsazioni ne hanno generato la necessità? Perché quello scorcio e solo quello ci ha colpito? Che cosa ci ricorda, di quale messaggio è portatore?

Fotografare a casaccio credo sia un po’ come starnutire.  Quando capita, capita.  A tutti succede di starnutire per un raffreddore o per un’irritazione di natura tattile delle vie nasali. Ciò è dovuto alla ipersensibilità delle terminazioni nervose della mucosa che producono una reazione tanto istintiva quanto difficilmente controllabile.

Mi rifiuto di pensare che le fotografie siano solo il frutto di una ipersensibilità che scatena un’irrefrenabile voglia di clic. Ma quand’anche ciò accadesse, sullo sfondo, c’è sempre un’inconscia costruzione mentale che parte da un riflesso originato dall’accostamento con sensazioni e cultura su cui abbiamo costruito il nostro vissuto.

Va rigettata però un’obiezione, che qualcuno potrebbe avanzare, tipo: “ Ma chi fa brutte fotografie, le fa solo perché ha letto brutti libri, ascoltato pessime musiche e amato persone ignobili?”. Evidentemente no. Il sillogismo è sempre pericoloso e fuorviante se fondato sulla proprietà dei concetti di essere come il piombo: pesanti ma anche malleabili .

In fotografia non si può prescindere, come in molte altre attività artistiche/artigianali, da una certa perizia tecnica che qui viene data per scontata. Quindi non si allude a fotografie con evidenti errori tecnici dovuti all’incapacità di padroneggiare correttamente il mezzo. Ma ci si riferisce ad un prodotto esibito da quanti – dotati di un minimo perizia – lo producono perché sia visto e valutato nella sua sostanziale espressione raffigurativa o evocativa.

Se si guarda l’enorme mole di immagini postate sui siti web stordisce l’incredibile quantità di fotografie di cui si fa fatica a capire la sostanza. Ciò non è avvenuto per caso. Possiamo imputarla a varie concause, tra cui la proliferazione dell’informazione esclusivamente visuale a scapito della profondità culturale, la notevolissima facilità realizzativa concessa dalle moderne fotocamere digitali (pagata a prezzo di una abissale ignoranza sui fondamentali della fotografia), l’uso incontrollato di strumenti di editing fotografico al fine di stravolgere una immagine per trasformarla in una velina truccatissima e ammiccante.

E tanto più questi modelli patinati o l’artificioso ritorno al vintage con un bianco e nero, vignettato o seppiato, spopolano sul web, tanto più ci si imbeve di questa cultura e la si finisce col considerare il modello di riferimento. Ma quanti di questi fotografi hanno studiato le fotografie di Adams piuttosto che quelle di Salgado, Haas o Lange, solo per citare qualche autore? Quanti di loro hanno visitato mostre fotografiche o letto libri? Spopola su YouTube lo spezzone di un noto quiz televisivo in cui una concorrente sbaglia clamorosamente la risposta su ben due periodi storici tristemente famosi. Quando me lo hanno segnalato e l’ho visto ho pensato ad uno scherzo e che non fosse accaduto veramente. Mi pareva impossibile  che alla stessa domanda anche gli altri concorrenti ( ma proprio tutti ) avessero dato una risposta errata. Ripensandoci bene mi sono detto che forse non v’era di che stupirsi.

Chi legge più oggi? Leggere costa fatica, costringe a riflettere per poter elaborare concetti astratti. Assai più facile guardare un’immagine o un film. Se poi questi siano validi o meno, beh questo non ha poi tanta importanza, né ci si preoccupa di fornirsi degli strumenti culturali necessari per poterli validare.  Confesso che quando acquisto un libro di fotografia leggo attentamente e scrupolosamente non solo tutte le didascalie e le note in calce alle stesse, ma la prefazione al libro, quanto scrive l’autore e gli eventuali editoriali inseriti nel testo. Non mi perdo una riga di nessuna pagina. Non mi basta sfogliarlo per osservare le immagini, lo considero riduttivo e – per certi aspetti – anche irrispettoso.

Anche la musica ha la sua importanza, considerata la stretta interrelazione che esiste tra suono e immagine. Di quale musica ci imbeviamo? Quale cultura musicale possediamo? E’ stato fatto un tentativo di formarcene una quanto meno articolata?

Non voglio fare di tutta l’erba un fascio. Ma è innegabile che l’assioma di Adams andrebbe inquadrato anche come un invito a ripensare bene su quale piano ci si colloca anche con un semplice scatto.

Teoricamente oggi sono accessibili a tutti gli strumenti idonei per potersi acculturare e creare quel substrato di humus su cui possono germinare idee e (soprattutto) consapevolezza. Il problema è che non sempre è facile individuarli e scarseggia la volontà di cercarli.

Un buon foto club sarebbe il luogo deputato per costruirsi una cultura fotografica di base, salvo che non si trasformi (come talvolta avviene) in una specie di palestra di body-building, dove i più palestrati snobbano i novizi e anziché la condivisione della conoscenza prevalga una inutile quanto perniciosa attitudine a tenere per sé quei pochi segreti della tecnica fotografica. In un buon foto club si potrebbe imparare non soltanto a padroneggiare meglio il mezzo fotografico, ma anche a guardare correttamente un’immagine e valutarla nei suoi aspetti formali e sostanziali. Crescere anche concettualmente.

Ma questo non basta. Occorre leggere libri e riviste, andare per mostre, confrontarsi e cercare di pensare in grande: ovvero non limitarsi alla semplice bevuta di nozioni fotografiche per quanto elevate. L’assioma di Adams va oltre questo. Sottolinea che quanto più si è mentalmente aperti , quanto più ci si sforza di percorrere l’altipiano della cultura di ogni genere e si intessono relazioni umane profonde ed affettivamente ripaganti ( sono convinto che Adams alludesse anche all’amicizia e non solo alla corresponsione di amorosi sensi), tanto più in ogni nostra fotografia tutto questo riesce ad essere incorporato ed emergere. Forse talvolta in modo confuso e non immediatamente percepibile ma ci finisce dentro.

Mi piace chiudere qui con una frase non meno bella e profonda di quella di Adams. Va attribuita a Ferdinando Scianna (Bagheria, 4 luglio 1943), il grande fotografo siciliano che stimo moltissimo per il suo stile e la sua capacità espressiva ma anche per la profondità di pensiero: “ Importante è la vita, non la fotografia. Importante è raccontare. Se si parte dalla fotografia non si arriva in nessun altro posto che alla fotografia.”

© diritti riservati – vietata la pubblicazione non autorizzata (SB)omaggio ad Ansel Adams_bn

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