Metafotografia

8 Feb

Mi rendo perfettamente conto che il titolo dato a questa riflessione può suscitare in più di un lettore non pochi interrogativi se non, addirittura, perplessità.

Per giustificarne la ragione mi appello ad una analogia semplificatrice, qui utilizzata solamente come chiave di lettura di un ragionamento logico che invito a seguire.

Assai probabilmente ad alcuni il termine “metafotografia” fa venire in mente la “metafisica” aristotelica. E non a torto.

E’ stato stabilito che per metafisica (termine che Aristotele non utilizzò affatto) si intendono i quattordici libri che egli scrisse in tempi diversi, riuniti con questo titolo tre secoli dopo la scomparsa del sommo filosofo stagirita, da Andronico di Rodi ( non escluso in continuazione di altri prima di lui) e posposti alle trattazioni concernenti la natura (fisica) delle cose.

Meta significa appunto “dopo” o anche “ al di là”, “oltre”. Pertanto, se letteralmente “metafisica” equivale a dire “oltre la fisica”,  ne deriva che il titolo assegnato a queste righe ha proprio l’intenzione di significare “ oltre la fotografia”. Nient’altro che questo.

Infatti la mia riflessione parte da una considerazione che ogni giorno mi viene da fare osservando molti lavori fotografici e che – a mio giudizio – vanno oltre l’immagine derivante dal puro processo di ripresa. Possono partire sì – embrionalmente – da uno scatto fotografico ma si sono trasformati in qualcos’altro di diverso.  Nulla a che spartire col foto ritocco o con quegli esperimenti di foto a contatto o altre cose del genere che oggi fanno soltanto sorridere. Un mutante che – come nei film di fantascienza – pur apparentemente simile nelle fattezze ad un comune mortale, possiede caratteristiche e poteri che vanno oltre la normalità.

La manipolazione digitale delle immagini, la possibilità di trasformarle radicalmente in modo assolutamente impensabile fintanto che il processo di arrangiamento è stato solo chimico e meccanico, ha aperto una nuova frontiera. Sono preistoria i viraggi al selenio o  seppia, così come le mascherature per guadagnare qualcosina nella dinamica delle luci e delle ombre. L’ HDR introdotto dalla grafica computerizzata (High Dynamic Range, ampia gamma dinamica) con i suoi algoritmi ha letteralmente fuso sole e luna, luce e penombra, liquefacendo come burro diverse lunghezze d’onda e rimontandone come un frullatore ad immersione in un composto chiarificato.

Quotidianamente osservo su riviste (più o meno specializzate) o su internet immagini che hanno del fantastico e che stordiscono per la loro complessità, la fusione di aspetti onirici ad elementi reali, l’ambivalenza, il cromatismo rifulgente, la supernitidezza epigona della pittura fiamminga con cui condividono la spazialità unificata dalla luce e il piacere estetico del miniaturismo portato all’estremo. Solo alcune sono frutto esclusivo dell’uso sapiente dei filtri di correzione o conversione (che esistevano già all’epoca della fotografia analogica), o dell’idoneo impiego di tempi e diaframmi al fine di ottenere particolari effetti . Tutto questo esiste già da decenni nella fotografia tradizionale. Ma ben altre manipolazioni sono state introdotte con l’avvento dell’editing digitale.

Si va anche al di là del pesante rimaneggiamento delle bellezze muliebri che appaiono tutte confezionate secondo cliché che hanno standardizzato la pelle marmorea, abolendo qualsiasi naturale imperfezione fisica, dalla pur minima ruga ai rotolini, nonché le piccole rughe d’espressione. Bambole di cera irreali che nel quotidiano nessuno potrà veramente incontrare e toccare.

Guardiamo paesaggi artefatti, scene di vita clonate da quelle del mondo fantasy, luci impossibili . Un eccesso di edulcorazione che sposta la frontiera dell’immagine fotografica concretamente ottenuta in ripresa su un piano irreale.

Tutto ciò, a mio parere, comporta la necessità di dover giocoforza parlare di metafotografia.

Un quotidiano nazionale come Repubblica ha dedicato una pagina  alla vivacissima polemica sorta in questi giorni sulle immagini utilizzate nella campagna pubblicitaria denominata Divina Toscana, immagini decisamente taroccate ed aggiustate su stilemi che oggi sono ritenuti più gradevoli per il pubblico. Metafotografie per l’appunto, dove l’abilità del ritoccatore rimastica i già gradevolissimi paesaggi toscani per coagularli in una atmosfera degna di una saga fantasy.

Lontano da me ogni critica, giudizio di valore o preconcetto censorio. Non è questo l’animo con cui scrivo queste righe.  Chi è senza peccato scagli la prima pietra, è stato detto. Anch’io mi diletto ad esplorare queste nuove frontiere e quanto più sperimento, tanto più scopro e mi stupisco della possibilità del tutto insospettate nella manipolazione delle immagini. Tuttavia trovo che sarebbe ora di ripensare a come suddividere e catalogare due forme espressive che si sono definitivamente separate e si stanno sempre più allontanando.

Com’è possibile, mi chiedo, salvo non si voglia affrontare il tema sotto il profilo puramente culturale al fine di sottoporle ad una analisi logica, mettere insieme nello stesso contesto espositivo (penso ad un concorso o a una mostra a tema) fotografie e metafotografie? Non sarebbe meglio tenerle distinte, o perlomeno identificarle chiaramente ad uso di un osservatore sprovveduto?

Oggi si discute tanto sulle etichettature dei prodotti, al fine di garantirne l’originalità e la provenienza, rendere trasparente la filiera che li ha portati sul mercato. Ci risentiamo (giustamente a mio avviso) se accade che qualche produttore d’oltralpe chiami Parmesan un formaggio che nulla a che vedere col vero Parmigiano di cui non sono stati rispettati i disciplinari. Eppure sono entrambi formaggi, entrambi commestibili (il Parmigiano a mio avviso è comunque inarrivabile).

Corretto far rilevare che l’esempio succitato confronta di due gradi di valore diverso e che i riflessi di questa brutale assimilazione si estendono ad un danno economico e non certo ad aspetti estetici e fondamentalmente virtuali. Pur tuttavia il principio della etichettatura e della trasparenza, ai fini della conoscenza da parte di un osservatore su che cosa stia realmente osservando, non sono poi così dissimili.

Qualcuno potrebbe – argutamente – obiettare che alla fin fine non conta tanto come si è giunti a realizzare un’immagine, ma quel che importa è l’immagine in sé. A costui potrebbe a sua volta essere contrapposto il ragionamento che se il fine giustifica i mezzi, allora molte altre cose dovrebbero essere rimesse in discussione, non solo il concetto legato all’immagine. Incluso, quindi, il concetto stesso di fotografia il cui significato letterale è “scrivere con la luce” e non certo “scrivere con gli algoritmi”.

Se è lecito pensare al mondo dell’immagine come da un grande contenitore in cui ci sta dentro tutto: dalla pittura alla scultura, dal cinema alla fotografia, dalla grafica pubblicitaria ai fumetti, certamente qualche differenziazione strutturale e concettuale all’interno delle varie componenti sussiste. Il fine è sempre la creazione di un’immagine (conta poco qui se bella o brutta, se di grande o nessun valore artistico, se economicamente finalizzata o puro hobbysmo), ma la declinazione a cui essa appartiene andrebbe dichiarata e resa formalmente nota.

Lo trovo un aspetto, se vogliamo dirlo, etico. Che estende la sua valenza alla difesa stessa dell’originalità della forma espressiva con cui l’immagine è stata creata. Non trovo nulla di biasimevole nel sapere che una fotografia (apparente) è in realtà una metafotografia. La si può apprezzare e ammirare e  meglio giudicare per quello che è, per il lavoro di “rifacimento” ad essa sottostante.

Al di là di queste considerazioni che non pretendo siano condivise da tutti, la domanda che oggi ci si potrebbe lecitamente porre è che cosa ci riserva il domani. Personalmente ritengo che siamo lontani dall’avere esaurito i possibili scenari futuri. Non escludo che fra qualche decennio o anche meno sarà possibile assistere a forme grafiche oggi insospettabili e che il mondo dell’immagine godrà di risorse mirabolanti. Probabilmente dovremo anche inventare termini nuovi per descriverle, altro che il semplice ricorso al mutuo di un’antica catalogazione come la parola metafotografia lascia trasparire.

E con questo concludo, inserendo in calce a queste mie note una mia “metafotografia” che solo apparentemente è una fotografia, un’immagine ricostruita virtualmente su cromatismi che la realtà non mi ha offerto.

www.bensaver.it

foglia

© diritti riservati – vietata la pubblicazione non autorizzata (SB)

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s

%d bloggers like this: