Archive | June, 2014

La nuova frontiera

4 Jun

Ogni qualvolta mi reco in viaggio, dedico qualche ora del mio tempo a cercare qualcosa di caratteristico da portare a casa. Penso sia un esercizio comune a molti, almeno a guardare il numero di turisti che affollano negozi, mercati e bazar. E’ perfettamente normale, presumo, la ricerca di un souvenir o di un regalo più importante da fare a se stessi o da donare a parenti o amici .

Ma riscontro che risulta sempre più difficile reperire qualcosa di originale. Le stesse cose le si possono oramai trovare pressoché dappertutto: a Milano come a Londra,  a New York come a Sidney. I negozi etnici sono presenti ovunque nelle grandi metropoli, le marche dell’elettronica o dell’abbigliamento sono sempre le stesse e propongono gli articoli del momento secondo uno schema che rende perfettamente l’idea di che cosa significhi la parola globalizzazione.

Finisce quasi sempre che mi oriento sui magneti , di cui oramai possiedo una discreta collezione, da appendere alle pareti esterne del frigorifero; se non altro sono un gadget carino e colorato che ha il vantaggio di una grande visibilità con poco ingombro, e funge da  memoria di un luogo o di un paese lontano.

Consideravo queste cose nell’osservare come anche in fotografia la globalizzazione abbia prodotto una sorta di assuefazione.  Non saprei dire quanto valga la pena di affannarsi  a confezionare scatti che risultano comunque già fatti da altri ( e non di rado assai meglio) e la cui diffusione sulla rete è tale da provocare stordimento.

Sobbarcarsi il peso di una attrezzatura ingombrante – costosa oltre che impegnativa da gestire – per ricavarne alla fin fine immagini che restano sul computer e perlopiù destinate ad essere dimenticate in qualche cartella con ottime probabilità di non essere più riviste, fa sorgere qualche domanda.

Oggi gli smartphone permettono, oltre che telefonare, anche di registrare appunti vocali e video. Permettono anche di far girare rapidamente l’immagine sui internet. In tempo “quasi” reale gli amici vengono informati sulla località nella quale ci si trova, condividono il panorama ripreso dalla terrazza dell’hotel mentre si sta sorseggiando una bibita, possono perfino commentare l’immagine e decidere di aggiungere un “mi piace” tanto consolatorio quanto sconsolante (per chi il panorama lo ammira solo attraverso un monitor).

La qualità fotografica di questi apparecchi sta crescendo al punto che i milioni di pixel non si contano, come le pulci sul pelo di un cane randagio. Sono leggeri, maneggevoli, tascabili, sempre connessi e relativamente discreti; di certo molto di più di una reflex a tracolla. Ci sono “app” che consentono di elaborare lo scatto e trasformarlo in una visione che va dalla pop-art al vintage, aggiungere distorsioni, cromatismi impensati, effetti flou, massimizzazione del contrasto, e chi più ne ha più ne metta.

Infine non serve sapere che cosa siano gli ISO e complicazioni come il diaframma e la profondità di campo, intendersi di bilanciamento del bianco; poiché tutto è automatico e così maledettamente facile: basta inquadrare e scattare. Lo smartphone mette a fuoco da solo, scatta perfino una sequenza da cui sceglie automaticamente la foto migliore. Se non fosse già stata coniato più di cento anni fa, si potrebbe ritenere attualissimo lo slogan con cui nel lontano 1888 George Eastman (inventore della Kodak) lanciò  la sua macchina fotografica “”Voi premete il pulsante, noi facciamo il resto”.

Oramai ci sono lavori fotografici fatti col telefonino, club di fans della foto scattata col cellulare di ultima generazione, nuove tendenze e forum di ogni genere.

E’ questa una nuova e virtuale Bozeman Trail , quel percorso che da Fort Laramie attraversava Montana e Wyoming per facilitare il transito delle carovane per la nuova frontiera. Col vantaggio che Arapaho e Sioux non tengono imboscate per portare via lo scalpo ai coloni. O meglio, qualche cosa in agguato c’è, ma non brandisce il tomahawk col manico in Hickory.

A mio modo di vedere bisognerebbe astenersi da giudizi di valore. Ogni epoca introduce i propri strumenti che si affiancano o sostituiscono quelli in auge precedentemente. Creano mode e culture che spostano la frontiera sempre un miglio più avanti. Ma la storia insegna anche che ci sono cose effimere e cose destinate a durare. Cose che esauriscono la loro valenza in un breve arco di tempo ed altre che costituiscono una pietra miliare. Provo a ragionarci sopra.

La fotografia, in senso stretto del termine, dovrebbe prescindere dal mezzo con cui è stata prodotta. Farei fatica a giudicare pessima una buona raffigurazione solo perché lo strumento che l’ha prodotta è “poco nobile”, così come non mi sentirei di giudicare ottima una raffigurazione solo perché ottenuta con una fotocamera da un chilo e mezzo e con obiettivo di analogo peso, il tutto acquistato ( a prezzi di favore ) con sei stipendi da impiegato.

Che il miglior telefonino (mi assumo la responsabilità di quanto dico) non valga tecnicamente una fotocamera di medio livello per tutta una serie di contenuti che non sto ad elencare può essere un fatto che ha la sua logica. Ma che un telefonino in mano ad un bravo fotografo riesca a produrre immagini più coinvolgenti di quelle scattate da un fotografo della domenica è un aspetto altrettanto valido.

Un magnetino appeso sulla porta del frigorifero è perfettamente in grado di regalare una profonda emozione, come elemento evocativo di un viaggio rimasto nel cuore, talvolta più efficacemente di una ceramica di cui si sono perse le tracce sulle mensole. La fotografia dieci per quindici che immortala un momento indimenticabile vale assai di più di un freddo e anonimo poster appeso in ingresso. Quindi la foto col telefonino può restituire ricordi straordinari o attivare sensazioni gradevoli senza perdere di efficacia rispetto ad una foto scattata con una reflex di ultima generazione.

La relatività è quindi l’indiano virtuale in agguato sulla nuova frontiera.

Ma queste righe non sono state pensate per ribadire cose tutto sommato ovvie. La riflessione che ne scaturisce è più sottile e va all’essenza della fotografia, considerata non solo dal punto di vista di chi porta a casa ricordi e inonda la rete con migliaia di immagini spinto dalla quella ossessiva compulsione che quasi certamente spinge gli amanti della bomboletta spray a scrivere sui muri delle città.

Penso alla fotografia come scatto pensato, ricercato e composto come i versi di una poesia in cui la penna fatica a seguire il profondo svolgersi del pensiero alato. Non è solo il rispetto della  metrica che lascia sospeso in aria il pennino, cento volte pronto a scorrere sul foglio e altrettante volte trattenuto dalla difficoltà di trovare le parole adatte. Lo stesso indugio che assale il pennello prima di stendere il colore sulla tela bianca: un conato faticoso e non di rado vano.

L’immagine nasce prima nel pensiero ( o nel cuore, fate voi). Si forma come un grumo di sensazioni che coagulano ricordi, passioni ed emozioni. Poi – come un fiotto – scaturisce improvvisamente. Per certi versi somiglia ad un fungo. L’ifa a cui il carpoforo (quello che noi chiamiamo comunemente fungo) è connesso, prepara lentamente il suo frutto nel sottosuolo. Improvvisamente, il fungo sgretola il terreno ed emerge.

Non si spiegano altrimenti le grandi fotografie di Henry Cartier-Bresson o altri grandi artisti; sarebbero solo figlie del caso o di una felicissima intuizione. Non si spiegherebbe quanto HBC disse a proposito: bisogna mettere sullo stesso asse la testa, l’occhio e il cuore, significando che cogliere l’attimo fuggente non è solo questione di prontezza di riflessi ma la perfetta comprensione di una armonia complessa. Analoga a quella che vive un musicista che “sente” per quanto tempo deve prolungare un punto corona.

C’è una celebre foto che ha una storia interessante e che giustifica (almeno in parte)  queste mie argomentazioni. E’ quella di Eugene Smith, scattata nel 1946 e nota con il titolo di “ The walk to paradise garden ”, foto che ebbe l’onore di chiudere la memorabile mostra “ The family of man “ svoltasi nel 1955 al Moma di New York con la partecipazione di 503 immagini da tutto il mondo. Smith, ferito seriamente ad Okinawa mentre seguiva come fotoreporter la guerra nel Pacifico, non fotografava più da diversi mesi. Improvvisamente notò i suoi due bambini, mano nella mano, che uscivano da un ombroso boschetto per avviarsi su un viottolo vividamente rischiarato dalla luce del sole. Lo stesso Smith narra che, in quel preciso istante, fu come se le brutture della guerra, la frustrazione per le ferite, l’impotenza fotografica in cui versava trovassero  in quel tenero quadretto  la loro catarsi. Il latente bisogno di ritornare a sentirsi vivo squarciò la dura scorza d’argilla che, per lungo tempo, lo aveva imprigionato nel profondo vaso della depressione, lo indusse a prendere la fotocamera e scattare quasi alla cieca, in modo incerto ma felicissimo. “ Ho sentito – raccontò poi – che quella era stata una decisione spirituale”. Produsse una delle immagini più emozionanti ed evocative nella storia della fotografia di tutti i tempi. Un’istantanea, certamente, ma frutto di un profondo travaglio interiore che si scioglieva, come  versi di un poeta, in un racconto di poche straordinarie righe dense di rara intensità ed efficacia narrativa.

Parafrasando Leopardi, potremmo dire sature“dei tristi e cari moti del mio cuore”.

C’è tuttavia un ulteriore elemento, di natura puramente tecnica, che non deve sfuggire: la foto è stata scattata quando le fotocamere non erano dotate di autofocus né di altri automatismi. Si tratta di un controluce in cui, probabilmente, anche le moderne reflex avrebbero seri problemi a compensare decentemente l’esposizione. Smith, che peraltro soffriva ancora dei postumi delle ferite rimediate al fronte, riuscì a scattare con una prontezza e una precisione invidiabili. Si dirà: era un fotografo di guerra, abituato a operare in condizioni estreme, sotto le granate che deflagravano intorno a lui; quasi naturale per lui essere rapido, preciso ed essenziale. Sarà ma non spiega tutto.

La sua palestra, vien da pensare, non sono stati né i “selfie” da postare sui social forum né l’abitudine a scattare a raffica, tanto le foto costano nulla e chi si ricorda più su quale scheda si trova la foto di Giovannino che  tiene per mano la sorellina nel suo primo giorno di scuola.

Ed ecco riapparire la banda di Arapaho con l’ascia di guerra, sulla nuova Bozeman Trail della fotografia. L’insidia latente di ogni facile soluzione a problemi complessi. La nuova frontiera ha aperto spazi dapprima inesplorabili ma diffonde gaiamente il germe della faciloneria, dello scatto senza pensieri e il mito dell’immagine solo per l’immagine.

E qui concludo questi pensieri a ruota libera che non hanno l’ardire di voler convincere qualcuno. Sulla nuova frontiera ci sono nuovi strumenti, nuovi carri che portano i coloni verso terre inesplorate. Possiamo immaginare un futuro neanche troppo lontano in cui il telefonino avrà come ultimo elemento necessario la capacità di telefonare. Potrà fare pagamenti, farci votare, tenerci costantemente in rete col mondo, programmare la spesa e e fare fotografie anticipando perfino la nostra visione. Sarà più intelligente a tal punto che non riusciremo a capire come fino ad un recente passato se ne sia potuto fare a meno.

Come sia stato possibile che, in un giorno caldo e luminoso del 1946, un fotografo, segnato nel corpo da profonde cicatrici per le ferite riportate ad Okinawa e nell’animo dagli incubi della guerra, sia riuscito con una macchina completamente meccanica e priva di schermo luminoso, a consegnarci una immagine che è il paradigma della vita in cammino verso il futuro. Anche quello dominato dagli smartphone e non solo. Ma i suoi bambini non potevano saperlo.

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