Archive | October, 2014

Fotoverbalia

29 Oct

Sovente, leggendo le critiche o i commenti (anche prodotti da autorevoli firme) su opere fotografiche mi accorgo che essi indulgono in quella che io definisco, con un azzardato neologismo coniato per l’occasione,  “fotoverbalia“.

Intendo per essa l’esercizio verbale finalizzato a compiacersi più del suono delle parole che ad esprimersi in modo comprensibile .

Non di rado chi commenta pare catturato da un raptus che lo induce a profluire un periodare forbito, farcito come un sandwich di citazioni e riferimenti non sempre di facile comprensione. Similmente ad uno slalomista tra i paletti, il critico ricama scie di figure retoriche. Chi legge – alla fine – rimane sempre col dubbio se sia stata la propria ignoranza ad impedirgli di capirne il senso ovvero sia stato il commentatore a buggerarlo.

Mi rendo conto che “fotoverbalia” può essere anche esteso ad ambiti molto prossimi quali “cineverbalia” o “pitturaverbalia” per dirne due, ma di fotografia amo dilettarmi ed in questo recinto preferisco restare.

Esempi di “fotoverbalia” sovrabbondano nella ricca letteratura della critica fotografica.  Ne attingo uno a caso, tipo: “ Un senso straniante si posa sulla superficie delle cose insieme ad un silenzio denso.” Un periodare che è poesia, che a me richiama i versi di Quasimodo.

E ancora un magnifico: “ La luce crea un universo evocativo e sospeso fatto di dettagli sublimi. Il suo momento ha una immobilità metafisica, che non si priva del tempo ma lo porta in sé come geografia della memoria.”

Straordinario, e lo dico sinceramente. Qui non si tratta più di leggere una fotografia, ma si sconfina nel campo dell’oratoria greca, simile a quella che eccitava gli antichi ateniesi nell’agorà. Personalmente quando leggo simili commenti dimentico perfino la fotografia che ho davanti, come se essa fosse diventata un’appendice del discorso, un “post scriptum” su cui soffermarsi appena, reso perfino superfluo dalla musicalità delle eleganti parole, bastevoli a saziare l’animo e rimandarlo a casa sereno.

Ma recentemente mi è capitato di leggere un commento – che trascrivo qui di seguito – in relazione ad una spiegazione data da una semplicissima obiezione riguardo alla conformità di alcune immagini al tema entro il quale venivano presentate.

Probabilmente il livello culturale raggiunto dall’estensore lo ha portato a fornire la seguente giustificazione :

“ … essa riflette sul tema degli incroci come disponibilità empirica all’incontro e allo scambio, alla dimensione partecipata (sia a livello progettuale che artistico) e come metafora degli incontri a carattere sociale, culturale, linguistico, economico che distinguono la città rendendola terreno di continui mutamenti.”

Confesso che – pur avendo studiato anch’io da piccolo – non ho ancora ben capito, pur avendo riletto il passaggio più volte ed anche lentamente, il senso concreto del pensiero. Il bello è che non lo ha capito nessuno di coloro ai quali l’ho poi fatto leggere al solo scopo di appurare se fossi proprio io ad avere qualche problema di comprensione. D’altronde succede, l’età avanza, le sinapsi non sono efficienti come un tempo e la memoria ha qualche cedimento.

Mi sono aggrovigliato in particolare sulla “disponibilità empirica” e sulla “metafora degli incontri”.

Tralascio la “disponibilità empirica” che è un po’ come scrivere disponibilità sperimentale contrapposta alla disponibilità scientifica per dedicarmi alla sopra citata metafora. Delle poche cose che ricordo ancora in tema di figure retoriche, la metafora ( dal greco trasferire) consiste nello spostamento di significato di una parola, come in una sorta di similitudine abbreviata. Pensiamo alla frase “ Gigi è furbo come una faina” ma anche a “ Gigi è uno che ti da il cuore”. Per tutti è chiaro che sia faina che cuore in realtà sono metafore, nel senso che Gigi non è di certo un mustelide né può utilizzare a piacimento il suo cuore per farne un regalo di compleanno.  L’incrocio, quale soggetto di questa presunta metafora, tecnicamente andrebbe piuttosto visto come figura allegorica in quanto cela un significato diverso dal quello recondito con cui è però in stretto rapporto letterale.

Ma mi accorgo che sto censurando la precisione terminologica del commento , quando invece il punto è e resta: tutta questa tiritera fornisce un contributo di chiarezza a chi la legge? E soprattutto: che cosa dice di concreto sulla fotografia in questione? Si può immaginare che il succo del discorso sia “ è conforme” , ma la giustificazione è inafferrabile come uno sbuffo di vapore emesso da una ciminiera.

Andiamo oltre ed immaginiamo di studiare una ipotetica immagine dal titolo “lavoro nei campi “ al fine di dire qualcosa a riguardo. Vogliamo commentarla a beneficio di chi non l’ha vista, oppure di chi – pur avendola vista – non l’ha ben compresa o valutata.  Immaginiamo di leggere un commento tipo “ L’immagine ha l’afflato dell’ecloga virgiliana, arcadica sinfonia di linee che divergono e si congiungono nel diafano profilarsi di un orizzonte al vespero.”  E qui signori, giù il cappello. Una qualunque foto accompagnata da questa recensione (mi autocelebro visto che l’ho io stesso vergata al momento per non confermare l’impressione di essere solo invidioso “dell’ars poetandi “altrui) potrebbe candidarsi a qualche Award. O no?

Penso che il commento di una qualunque fotografia dovrebbe svolgersi attraverso due semplici passaggi: il primo è quello di vedere se il tema è stato centrato, sia pure con approssimazione. Un poco come, ai miei tempi, il professore faceva quando verificava che la prova d’italiano sulla poetica del Pascoli parlasse di poesia e non dell’ultimo modello di scooter. La seconda operazione è quella di accertare che lo svolgimento risulti chiaro, formalmente corretto ed evidenzi un minimo di conoscenza relativamente al soggetto trattato.  Altrimenti il professore avrebbe scritto sul suo giudizio: “ Le idee ci sarebbero ma sono poche, confuse ed espresse in modo improprio.”

Quando si comincia a perdersi in panegirici si finisce col somigliare all’avvocato Azzeccagarbugli che cercava di infinocchiare Renzo e Lucia.  Vale a dire probabilmente ci hai capito poco anche tu e questo giro di parole serve a nascondere per prima cosa la tua confusione. Mi torna in mente il famoso disco dei Platters “ Smoke in your eyes”.

Non sto condannando l’uso di un vocabolario ricercato nella scelta delle parole, né l’impiego di eleganti similitudini, ma l’abuso che spesso si fa della parola forbita, abuso che fa scivolare dall’eloquio allo sproloquio. Dinanzi ad un commento che fonda la sua bontà più sul suono roboante delle parole che nell’immediata chiarezza del suo significato concreto comincio ad innervosirmi. Subentra la diffidenza e comincio ad annusare puzza di bruciato. In un certo senso capisco che sto allestendo un meccanismo di autodifesa simile a quello che si instaura automaticamente quando si ha il dubbio che qualcuno ci stia infinocchiando.

Immagino che qualcuno potrebbe a questo punto legittimamente obiettare: “Già, ma se tutti i critici la smettessero di esprimersi con lo stile che stai censurando, sarebbero ancora credibili come critici? Manterrebbero la loro autorità? O la perderebbero in quanto si esprimerebbero come un qualunque socio di un circolo fotografico?”

Potrei rispondere semplicemente che se è vero che la forma a volte è anche sostanza, ma non credo sia questo il caso, è altrettanto vero che la bontà di un giudizio si rivela più dalla forza del ragionamento che dalla veste indossata nel presentarlo.

Con gli opportuni distinguo…of course. Ma questa è un’altra storia.

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