Le prime diecimila foto

9 Feb

“Le tue prime diecimila foto sono le peggiori.” E’ quanto asserì il grande fotografo francese Henri Cartier Bresson.

E’ una frase sovente ripetuta, ed è facile imbattersi in diversi siti internet o post che la citano. Non sempre a proposito.

Perché diecimila? In realtà credo che HBC abbia “sparato” questa cifra (probabilmente la prima che gli è venuta in mente) per dire un numero esagerato. Avrebbe potuto dire cento o mille, ma non avrebbe sortito lo stesso effetto, astenendosi da dire centomila o un milione perché sono numeri scoraggianti per la normalità degli umani.

Nel Vangelo si legge “settanta volte sette”, che fa appena 490, eppure a quel tempo quella cifra era ritenuta considerevole. Sarebbe interessante aprire una parentesi sul numero sette che nella letteratura sacra si trova frequentemente, ma non è proprio il caso.

Non resta quindi che attestarci su quel diecimila indicato da HBC. Ma è proprio quello che voleva realmente dire? Non è retorico domandarselo; il grande fotografo credeva davvero che bisognasse superare quel traguardo per cominciare a vedere le foto migliori? Non credo proprio. Anche perché – come tutti i giudizi trancianti – va assunto come dicevano i latini: “cum grano salis”.

Ogni lunga strada comincia sempre con un piccolo passo e non di rado gli inizi possono apparire i più belli anche a distanza di anni. Con il tempo e l’età si matura, si acquisisce esperienza e tecnica, si evitano ( ma non sempre) gli errori di gioventù, tuttavia si perde in freschezza e entusiasmo. I passi diventano sempre più misurati, più corti e meditati; gradualmente viene a mancare quello slancio e quella ingenuità creativa che ci fa apparire tutto così meraviglioso. Ovvio che parlando sotto lo stretto profilo tecnico c’è un abisso tra quanto si fa alle prime armi e quanto si riesce a fare dopo un lungo praticantato. Ma è altrettanto vero che in quel primo periodo, ogni tanto, si fanno ( istintivamente o casualmente) cose che  – anche riviste a distanza di anni – ci appaiono meravigliose per la loro originalità e freschezza.

Dove ci porta tutto questo? Probabilmente ad affermare che, al di là della notevole cifra indicata, il concetto espresso da HBC appartenga alla logica dell’apodissi.  Ma esso trova un limite, come abbiamo visto, non solo nell’opportuna rivalutazione delle opere giovanili e, come vedremo,  anche nell’evidente fatto che non è detto che la fotografia numero diecimila cinquecento tre sia sempre migliore della settemila e centosei.

E’ risaputo e comprovato che brutte foto si riescano a fare ( anche se in minore quantità e per cause diverse da quelle dettate dall’inesperienza) anche in condizioni di piena maturità. L’aver superato quel traguardo non comporta automaticamente il successo totale ed assoluto di ogni lavoro. Così come non averlo ancora tagliato non significa non aver fatto cose buone.

E’ vero, ci stiamo muovendo in un contesto puramente filosofico, tuttavia credo che valga la pena di soffermarsi a soppesare bene l’ammonimento di HBC. A mio avviso non si può affatto escludere che un artista della sua levatura abbia pensato, ma non detto, il seguito naturale di quella frase.

“ Le tue prime diecimila foto sono le peggiori. Ma non è detto che le successive diecimila siano sempre e davvero realmente migliori.”

In concreto, oggi sussiste la possibilità che, grazie alle fotocamere digitali in grado di sfornare migliaia di immagini a costo zero, si riesca a raggiungere i diecimila scatti in un ridottissimo lasso di tempo,  cosa assolutamente impensabile per quanti – non molti anni fa – scattavano con macchine analogiche a pellicola. Quattro conti dimostrano come per raggiungere le diecimila fotografie, un tempo fossero necessari circa 280 rullini da 36 pose, 416 da 24 pose (sfiorando i fatidici “settanta volte sette”) e  poco più di 830 da 12 pose. Tradotto in soldini, tra acquisto del rullino, sviluppo e stampa, un fotografo dell’epoca analogica doveva superare (a spanne) sei,settemila e forse più di euro odierni per arrivare al fatidico traguardo indicato da HBC. Sebbene il costo per le pellicole invertibili (diapositive) fosse inferiore questo non sposta la sostanza dell’annotazione.

Va anche ipotizzato ottimisticamente che ogni fotogramma risultasse quantomeno stampabile e non sprofondasse nella densità assoluta della sovraesposizione o nell’impalpabile trasparenza della sottoesposizione più becera.

Andrebbe peraltro aggiunto che un consumo medio mensile di due/tre rullini da trentasei pose ( corrispondenti ad una media di trenta rullini l’anno per circa mille fotografie) costituiva per un fotoamatore un bel ruolino di marcia. Normalmente la gente consumava al massimo sei/otto rullini per le vacanze estive (significava far stampare circa trecento foto o ricavare pari numero di diapositive) ed altrettante durante il resto dell’anno per occasioni varie . In linea di massima possiamo con buona approssimazione calcolare che per arrivare a diecimila fotografie occorrevano per un buon fotoamatore davvero appassionato circa dieci anni di riprese, sette o otto per i più accaniti. Ovviamente per i professionisti il discorso cambiava. Un professionista viaggiava mediamente sui  cinquemila scatti annui, ovvero oltre i quattrocento rulli da 12 pose del medio formato.

Credo si possa convenire tutti sul fatto che un professionista non dovesse attendere di trascorrere due anni di lavoro prima di cominciare ad ottenere foto migliori. Doveva darsi una mossa e schiacciare bene il bottone, se non voleva morire d’inedia fermo al semaforo in attesa che diventasse verde.

Per una regola naturale che in natura trova analogia nell’evoluzione della specie, fatte salve le opportune eccezioni, la maturazione era quindi imposta anche dalla preoccupazione economica di non sperperare soldi per pessimi risultati o addirittura nessun risultato.

Non erano moltissimi quei fotoamatori che dedicavano ingenti risorse al raggiungimento di questo obiettivo. Anche perché ai costi per rullino, sviluppo e stampa si andavano ad aggiungere quelli per l’attrezzatura fotografica, il suo aggiornamento o potenziamento, le riparazioni, gli accessori, nonché gli ingrandimenti per poter esibire le proprie migliori immagini in bella mostra e così via. Ed ai quei tempi non c’era Photoshop a salvare foto altrimenti inguardabili. Si ingrandivano solo le immagini realmente migliori.

Ecco perché trovo che oggigiorno, anche qui detto con le dovute eccezioni, non sia affatto difficile trovare fotoamatori che abbiano superato le diecimila foto pur restando sotto il livello di coloro che – ai tempi dell’analogico –  non erano ancora arrivati a cinquemila.  Pur avendo a disposizione macchine che fanno praticamente “quasi tutto” da sole, autofocus mirabolanti e “taroccamenti” in post produzione che permettono di trasformare anche la donna cannone in una concorrente a Miss sagra della salamella.

Siamo nel mondo dell’immagine, la comunicazione, in primis quella promozionale, si veicola attraverso l’immagine, l’apparire sotto certi stilemi è diventato il target del nostro tempo. Si bada a produrre fotografie che stordiscano per ipernitidezza, per cromatismi saturati degni di un film fantasy; si vedono immagini in cui la luce del sole non viene più – come in natura accade per fortuna ancora oggi – da una ben precisa direzione. Niente affatto, la luce viene da destra, da sinistra, dall’alto, di fianco e perfino dal basso e, se necessario, anche dal dentro. Con l’uso esasperato dell’HDR le ombre restano un ricordo confinato nella memoria di qualche libro scolastico. Sotto gli alberi non c’è più l’ombra, ma una radiazione ionizzante che illumina d’immenso.  Con i filtri graduati colorati si ottengono cieli che questo mondo ha probabilmente visto solo all’alba della creazione. Tutto bello e affascinante, ci mancherebbe. Lungi dall’intenzione di chi scrive, star a qui a censurare l’evoluzione dei gusti e delle tendenze, così come l’applicazione di tutte le tecnologie che oggi sono parte della nuova frontiera fotografica e su cui è possibile sperimentare senza bisogno di sporcarsi le mani con i bagni chimici.

Non siamo più nell’epoca di Daguerre o Nadar, non si vedono più paparazzi con la Rollefleix o con la Nikon F appesa al collo come nel film Blow-Up di Antonioni. Il bianco e nero è ritornato in auge – attraverso le funzioni di Photoshop (Color Lab, Calcoli, Mappa Sfumatura…) – così come anche nella moda ogni tanto ritorna un certo modo di vestire appartenuto al passato.  E’ vero, esistono degli appassionati delle Lomo, qualche sporadico amante del foro stenopeico, qualche club che ammette esclusivamente chi usa macchine analogiche a pellicola, persone che ogni tanto rispolverano la vecchia Hasselblad o Leica per impressionare qualche rullino e vedere l’effetto che fa. Ma sono le classiche eccezioni che confermano la regola.

Addirittura oggi la nuova frontiera si è spostata ancora più avanti grazie all’introduzione di telefonini in grado di fare fotografie, permettere di intervenire su di esse con software specifici di ritocco e modifica e spedirle dappertutto. Un adolescente è oggi in grado, con uno smartphone, di tagliare il traguardo delle diecimila fotografie tra la prima e la terza media.

Si potrebbe qui aprire una grossa e dolorosa parentesi riguardo al fatto che una percentuale spaventosa di queste immagini (credo prossima al 90% se non perfino superiore) viene vista e condivisa solo una volta sullo schermo per poi svanire nelle memorie intasate delle schede destinate alla formattazione o nella distruzione stessa del mezzo di registrazione. La memoria evanescente potremmo chiamarla. Ma è un’altra storia e la mettiamo da parte.

Probabilmente, se Henri Cartier Bresson fosse vissuto ai tempi del digitale e della post produzione, che ha letteralmente stravolto la fotografia portandola su piani del tutto inimmaginabili solo qualche decennio fa, non si sarebbe fermato a diecimila, avrebbe alzato l’asticella, tanto sarebbe davvero costato poco.

Ma questa, sia chiaro,  resta solo una mia personalissima opinione.

 

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