Il noema di Barthes

6 Mar

Ho ritrovato il “noema” di Barthes durante la lettura di un libro il cui titolo mi aveva alquanto affascinato: “Fotografia e Pittura nel Novecento” di Claudio Marra, che ho acquistato per il fatto che da diverso tempo mi sono appassionato allo studio delle correlazioni tra queste due espressioni visive.

Come probabilmente noto a quanti cercano di approfondire il complesso mondo della fotografia oltre i fondamentali tecnici, Roland Barthes scrisse, pochi mesi prima del suo trapasso, un libro “ La camera chiara, nota sulla fotografia” destinato a diventare, per alcuni versi, un punto di riferimento e – nondimeno – un classico da citare all’occorrenza.

Prima però di vedere quanto ha scritto Barthes, corre l’obbligo di definire che cosa sia il noema, dato che questo vocabolo – contrariamente a “lampadina” oppure“ parcheggio” – non è proprio di uso comune e quindi è assai probabile che risulti del tutto sconosciuto alla stragrande maggioranza dei miei quindici lettori.

Leggo sulla Treccani: “noema =concetto…ogni nozione conosciuta immediatamente dall’intelletto…l’elemento oggettivo della conoscenza…il percepito, il ricordato…”, che in Barthes, relativamente all’ambito fotografico,  diventa “ Ciò che è stato”.

Nel cap.33 del succitato libro, Barthes scrive “…il tratto inimitabile della Fotografia (il suo noema) è che qualcuno ha visto il suo referente (anche se si tratta di oggetti) in carne ed ossa, o anche in persona.”

Nel cap.34 scrive: A inventare la Fotografia…sono stati i chimici” , concludendo che il noema “E’ stato” si è reso possibile solo dal momento in cui un processo chimico ha permesso di fissare i raggi luminosi di un soggetto.

Poco più avanti (cap.35) aggiunge: “ L’effetto che essa (la fotografia, NdR) produce su di me non è quello di restituire ciò che è abolito dal tempo, dalla distanza, ma di attestare che ciò che vedo è effettivamente stato.”

Infine (cap.36) : “la Fotografia non dice per forza ciò che non è più, ma soltanto e sicuramente ciò che è stato….ogni fotografia è un certificato di presenza….”

Dunque per Barthes mentre la “pittura può simulare la realtà senza averla vista”" (cap.32), nella fotografia dev’esserci stata una cosa necessariamente reale posta davanti all’obiettivo (il referente).

Ipse dixit, concluderebbero i seguaci aristotelici medioevali (anche se storicamente Cicerone attribuiva già questa affermazione ai pitagorici ). Il bello della diretta si potrebbe sentir dire oggi  in un talk show televisivo.

Purtroppo Barthes morì nel 1980, anno in cui non si erano rivelati appieno i tempi in cui la postproduzione digitale delle fotografie minaccia di stravolgere completamente una teoria che è generalmente vera, ma – ahimé – non “sempre” vera.

Tutte le volte in cui l’elaborazione profonda di una immagine fotografica manipola la realtà raffigurata per produrre un qualcosa di assolutamente irreale altera quel “certificato di presenza” che per Barthes può dirsi  assimilabile ad una attestazione notarile della realtà.

Tant’è che – paradossalmente – potrebbe benissimo accadere che un pittore, ricostruendolo con colori e pennelli, sia più fedele a ciò che “ è stato”, di quanto non lo sia un fotografo che pur essendo partito da una ripresa perfetta l’abbia poi trasformata in qualcosa di artefatto, in una propria personalissima visione della realtà in forme, colori e contenuti.

In questa constatazione non v’è nulla di polemico o di censorio, non si vuole qui discutere se quanto oggi è reso possibile non più dalla chimica come un tempo ma dall’informatica, sia giusto o sbagliato, sia preferibile o da rigettare. E’ solo un puro constatare come un dogma della filosofia fotografica sia stato concretamente minato se non addirittura sbriciolato dal veloce mutare degli eventi. Il fatto stesso che una teoria presenti delle crepe ne attenua, e non di poco, la validità assoluta.

Confesso di sentirmi vicino moralmente a Barthes, più di quanto queste righe possano rendere evidente, nel senso che per me la fotografia resta un bloc-notes visuale, un registratore della realtà che consegna al futuro la memoria del presente. Affermazione che farà storcere il naso a qualcuno, ma che sostengo con profonda convinzione.  E’ assolutamente normale che possano esistere pensieri diversi e non uniformati.

Questo non significa che io non trovi piacevolissime o sottostimabili le immagini frutto di una articolata quanto ben riuscita manipolazione, significa semplicemente che a mio modo di vedere oggi si è avviata una seconda fase ed un mondo assolutamente sconosciuto a Barthes e coevi: quello dalla “metafotografia” (cfr un altro mio scritto con questo titolo).

Possiamo discuterne a lungo e non trovare punti di convergenza, ma credo vada almeno condiviso qualche elemento storico.

Vale la pena di sottolineare che l’anno 1859, quando Baudelaire scriveva:  “la fotografia non è arte perché troppo realistica e perché non richiede una particolare abilità di realizzazione”,  finisce con l’apparire assai più vicino – pur essendo distante oltre un secolo – al periodo in cui Barthes scriveva “La camera chiara”, certamente molto più vicino di questa nostra epoca lontana appena un trentennio.

La seconda metà dell’ottocento sono gli anni in cui Baudelaire si lancia nella sua denigrazione della fotografia a suo dire espressione “dell’industria”, inferiore alla pittura, “deleteria per l’arte” e “ rifugio dei pittori mancati”, sono quelli in cui Jules Verne scrive “Dalla Terra alla Luna” (1865) e l’impressionista Degas attinge a mani basse alle fotografie per dipingere. Sono gli anni cui Nadar (al secolo Gaspard-Félix Tournachon) definisce "primitivi” i fotografi che lo avevano preceduto. Quello stesso Nadar che, al tramonto della sua esistenza terrena, scrive in un bellissimo incipit della sua biografia “ Quand j’etais photographe” :  Quando si diffuse la voce che due inventori erano riusciti a fissare su lastre argentate ogni immagine posta di fronte ad esse, si produsse uno stupore generale che oggi non potremmo neppure concepire…” un periodare che non sfigurerebbe con quello di Gabriel García Márquez in “Cent’anni di solitudine”.

Ma se questo accadeva verso la metà dell’800, non possiamo neppure scordarci che nei primi decenni del novecento si affermava che il cinema, figlio dalla fotografia, si era trasformato in arte solo dopo aver reciso il cordone ombelicale con la madre .  Boccioni scrive “ Una benché lontana parentela con la fotografia l’abbiamo sempre respinta con disgusto e disprezzo perché fuori dall’arte.” E Picasso (1939): “La fotografia è arrivata al momento giusto per liberare la pittura da ogni aneddoto, da ogni letteratura e perfino dal soggetto.”

Sono gli stessi anni in cui si afferma Marcel Duchamp, artista insigne ma anche scacchista. Gli scacchi furono una sua viscerale passione da anteporre perfino alla carriera artistica e soggetto di diversi lavori, tanto da fargli dire “ Dedico tutta la mia attenzione agli scacchi. Ci gioco giorno e notte. La pittura mi piace sempre meno.”. Per la cronaca ricordo, condividendone questa passione, che Duchamp vinse ben due Tornei internazionali di scacchi (Parigi 1932 e New York), giocò con la nazionale francese quattro Olimpiadi scacchistiche. Si narra che durante la luna di miele trascorresse molte notti a giocare tant’è che sua moglie, Lydie, furibonda gli incollò i pezzi sulla scacchiera. Inutile dire che il matrimonio durò poco. Chiusa questa (spero) divertente digressione torniamo alla fotografia. Amico di Man Ray, Duchamp utilizza la fotografia per le sue opere. Caso emblematico è L.H.O.O.Q, meglio nota come "Gioconda con i baffi", fotografia ritoccata per produrre un’opera ready-made nel 1919, ritenuta tra i capisaldi dell’arte moderna, e che Duchamp realizza per rispondere a modo suo al generale interrogativo sulla natura del sorriso di Monna Lisa.  Solo per la curiosità spicciola diciamo che il titolo L.H.O.O.Q si basa su un salace gioco di parole apprezzabile in lingua francese in quanto suona come “Elle a chaud au cul”, la cui traduzione letterale  è “ Lei ha caldo al culo”, sorvolerei sulla traduzione meno letterale e decisamente più osé che si può facilmente intuire.

Rinvierei ad altre sedi l’approfondimento se il cordone ombelicale che lega la fotografia alla realtà sia di tipo materiale (l’indice del semiologo Pierce) oppure di tipo iconico intendendosi per quest’ultimo un fenomeno di somiglianza o rappresentazione. E’ al noema di Barthes che continuo a pensare.

Se si naviga su internet si vedono immagini fotografiche la cui risultante è un mix perfetto di “ciò che è stato” con “ciò che ho immaginato potesse essere”, dove quest’ultimo ingrediente ( in dosi più o meno esagerate) è frutto solo di una abilità tecnica sul computer non comune a tutti. Un fiore può essere clonato e modificato più volte tanto da formare un grappolo fantastico che nella realtà non c’è mai stato. Non più un banale fotomontaggio, ma ancora oltre, verso un costruzione creativa, in cui forme, luci e colori appartengono ad una realtà virtuale che è frutto della più sfrenata fantasia.

E ciò a dispetto di quanto potessero neppure lontanamente immaginare sia Barthes che il veemente Baudelaire, per il quale “Apple” poteva solo significare la traduzione inglese del francofono  “ Pomme”.

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5 Responses to “Il noema di Barthes”

  1. Luigi Giudici March 11, 2015 at 11:07 am #

    Bravo. Sempre molto documentato ed esaustivo.
    Ciao

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