Il dilemma del frate fumatore

14 Mar

Deve probabilmente trovarsi annidato da qualche parte del mio DNA l’istintiva tendenza a sviluppare argomentazioni in campo fotografico partendo da titoli alquanto singolari se non addirittura eccentrici.

Per cui comincio a raccontare, per chi avesse la pazienza di seguirla, la vecchia storiella da cui queste righe rubacchiano il titolo. Una di quelle storielline, nate in tempi ignoti dalla fantasia di chissà chi, e che ha – come tutte le storielle del genere – una morale.

Nel chiostro di un convento, ad una certa ora del giorno e in assoluto silenzio, i frati si adunavano per leggere le sacre scritture. Due di essi però – avendo contratto il vizio del fumo – approfittavano di quel momento all’aria aperta anche per accendersi una sigaretta. Dopo qualche tempo questi due frati, avendo modo di parlarsi, si interrogarono sul fatto se potesse o no essere giusto fumare durate la lettura dei testi sacri. Decisero quindi di chiedere, ciascuno per proprio conto, un parere al proprio padre spirituale. Qualche giorno dopo,  ritrovatisi nel chiostro per l’ora di meditazione e lettura, uno dei due frati si accese la sigaretta per fumarla, mentre l’altro se ne astenne. Sorpresi da questo difforme comportamento si ritrovarono per chiarirlo. Il frate che fumava chiese a quello che aveva smesso:

“ Vuoi raccontarmi che cosa ti ha detto il tuo padre spirituale?”

“ Certamente – fece l’altro – mi sono presentato e gli ho chiesto se mentre leggevo le sacre scritture potevo fumare una sigaretta. “

“ E lui che ti ha risposto?”

“ Certamente no, mio caro figliuolo! Quando si leggono le sacre scritture è bene non essere distratti da vizi mondani, sebbene molto lievi come una sigaretta. Questo è quanto mi ha detto. Ma  il tuo invece ? Vedo che continui a fumare…”

“ Io gli ho chiesto se mentre fumavo una sigaretta potevo leggere le sacre scritture. E lui mi ha risposto che in ogni momento si deve poter trovare spazio per leggere e meditare”.

La storiellina, che trovo anche divertente, finisce qui con l’evidente morale che la risposta dipende molte volte da come è formulata la domanda, più che dall’essenza della domanda in sé. Un quesito può trovare risposte diverse a seconda di come è presentato, così come un fatto può trovare valutazioni diverse da come è variamente rappresentato.

Come diceva Pirandello: Così è ( se vi pare). Il personaggio Laudisi nella commedia fondata sul tema tipicamente pirandelliano della relatività e della impossibilità di sancire una verità assoluta, esclama "Ed ecco, o signori, come parla la verità! Siete contenti?"

Perché siamo giunti fin qui? Semplicemente perché nel guardare una fotografia che pare risalire agli anni trenta-quaranta, scattata da un parente di mia moglie che aveva questa passione e che – a quanto ho avuto modo di sentire da chi ancora lo ricorda – doveva essere anche molto bravo, ho creduto di intravedere una immagine che non avrebbe sfigurato in una raccolta di fotografie di autori dell’epoca assai più noti e celebrati. Ma, si sa, questa valutazione è alquanto soggettiva e per confermane la soggettività mi permetto di corroborarla con una argomentazione – come dicono i giuristi  “a contrariis “ che si appoggia su un vecchio ma eclatante fatto di cronaca di qualche decennio fa.

Bisogna risalire al 1984, anno in cui ricorreva il centenario della nascita di Amedeo Modigliani. Quell’estate la direttrice del museo di Livorno dispose una ricerca in quel Fosso mediceo dove si mormorava che nel 1909  il grande artista in un momento di sconforto avesse gettato le sue sculture. Trascorsi alcuni giorni i lavori vengono trovate tre teste di pietra che i critici attribuiscono senza ombra di dubbio a Modigliani.  La notizia fa il giro del mondo. Vengono prontamente allestite mostre, cataloghi e libri. Ma ecco che una intervista fa una rivelazione esplosiva:  tre studenti di Livorno sono gli autori della seconda testa . Per dimostrarlo riproducono, con l’ausilio di un trapano,  il manufatto in una diretta televisiva. Le altre due teste sono frutto del lavoro di un pittore livornese che per mantenersi fa il portuale. Una opera tecnico-artistica eseguita per verificare“ « fino a che punto la gente, i critici, i mass-media creano dei miti».  Il catalogo  “della beffa di Modì”  (non le teste) pubblicato poche ore dopo la scoperta delle teste e presentato in esclusiva durante la mostra dedicata a Modigliani a Livorno è considerato una rarità a testimonianza del valore relativo in campo artistico dei giudizi cosiddetti autorevoli.

E ritorniamo ancora alla nostra fotografia.

Accantoniamo per un momento il fatto che ho già reso noto che questa immagine è opera di un (senza dubbio) bravo fotoamatore degli anno trenta-quaranta. E’ possibile ipotizzare che se qualcuno dichiarasse di averla trovata in un solaio di una magione parigina (sto inventando, evidentemente) dove era di casa il grande Henri Cartier-Bresson , gli possa financo essere attribuita? Io tendo a credere di sì. E possiamo anche ipotizzare che, se prendessimo una foto poco nota dello stesso grande autore francese spacciandola per una che ha scattato un nostro lontano parente e la facessimo vedere a qualche critico che non ha in mente l’opera omnia del maestro chiedendogli cosa ne pensa,  è assai probabile che la risposta sia “ Bravino, non malaccio questo tuo zio, però c’è qualche difetto di inquadratura che adesso ti mostro.”

Spero di non aver confuso le idee a qualcuno, né di aver seminato solo dubbi. Lo scopo era semplicemente quello di esprimere una mia personale idea, lecitamente contestabile anche in ragione di tutto quello che precede, riguardo alla difficoltà ( Pirandello drasticamente la riteneva impossibilità) di addivenire ad una uniformità e condivisibilità assoluta di risposte dinanzi ad alcune domande. Soprattutto in campo artistico.

Non si sta evidentemente discutendo della validità generale di un autore: Modigliani resta Modigliani ed Henri Cartier-Bresson resta quello che è, a prescindere se tutte le sue opere sono grandiose allo stesso livello. Una bellissima immagine però prescinde dalla fama di chi l’ha realizzata e può benissimo essere a livello di quelle di autori assai celebrati.

Se una discriminante c’è – probabilmente, e ripeto probabilmente – essa può essere individuata in due aspetti: la ripetibilità dei risultati ( è piuttosto difficile credere che un grande artista/fotografo abbia una sola immagine di elevata qualità nel suo carniere) e nel fatto che ci possono essere persone rimaste perfette sconosciute a cui il destino ha riservato di poter godere di qualche merito   in un altra epoca, qualche volta solo dopo che il tempo ha piallato la loro generazione fino alla polvere.

Penso a Vivian Maier, baby sitter emigrata nel 1951 negli Stati Uniti , dopo l’infanzia trascorsa in Francia, dotata di grande talento  che non è dato sapere se  inconsapevole o non valorizzato. Di lei e delle sue foto, il mondo, si accorgerà solo dopo la sua morte . Non è stata né sarà l’unico esempio.

Ci sono due principali atteggiamenti mentali che ho avuto modo di osservare molte volte durante le mostre di ogni tipo: quello di chi si avvicina alle opere suggestionato dalla fama che le precede e quello che vi si accosta cercando di mantenersi uno spirito critico il più possibile libero. Ci sarebbe una terza via, poco percorsa, quella di concentrare l’attenzione ANCHE sulle critiche che si ha modo di sentire o leggere in modo da verificare se le argomentazioni esposte ci risultano alla fine condivisibili. Valutare per via intermediata, sostanzialmente. E’ uno strumento da non sottovalutare se si desidera veramente approfondire quanto sovente le parole possano ampliare a dismisura o denigrare senza costrutto. Capire cioè se il padre spirituale ha risposto all’essenza della domanda o solamente ad un tipo di domanda.

E dopo tutto questo possiamo salutare  il frate fumatore che ci ha fin qui pazientemente tenuto silenziosa compagnia.

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