Fotografia tra barbera e champagne

26 Mar

Nello scegliere il titolo da dare a queste righe, mi è piaciuto parafrasare il titolo di un vecchio successo del compianto Giorgio Gaber. Spero che lo svolgimento giustifichi – se non in tutto – almeno in parte questa scelta.

Vorrei partire da una osservazione che ogni tanto sento da amanti della fotografia, frase che più o meno suona così  : “ La fotografia è emozione, i dati tecnici non appassionano.”

Se da un certo punto di vista l’atteggiamento può essere comprensibile, per molti versi – sui quali voglio dissertare – le cose a mio parere stanno ben diversamente.

Per sostenere questa mia tesi farò alcuni esempi attingendoli a campi certamente diversi,  ma legati da un comune denominatore che qualcuno chiama filosofia, ovvero desiderio della conoscenza.

Il primo esempio, e qui mi ricollego in qualche modo al titolo, è quello relativo al cibo. Ci sono due atteggiamenti che si possono riscontrare nelle persone che per la prima volta assaggiano un piatto: il primo è limitarsi a dire mi gusta o non mi gusta, il secondo è quello di scoprire quali sono gli ingredienti e come sono stati composti. Il primo atteggiamento è circoscrivibile nella mera azione dello sfamarsi, il secondo aggiunge un quid di consapevolezza su cosa si è appena ingerito. Ma, se si presta attenzione alle campagne di sensibilizzazione salutistiche, si scoprirà anche che non solo sarebbe bene documentarsi sugli ingredienti ma anche sulla loro origine. Tanto per fare un esempio cambia moltissimo ingerire un salmone di allevamento – su cui pesa come un macigno il tipo di mangime con cui è stato cresciuto – o uno pescato allo stato libero, così come cambia molto sapere se la zona di acque è pulita o inquinata. E’ diverso essere consapevoli se il formaggio che ci hanno messo sul piatto è di filiera industriale o invece prodotto artigianalmente da un esperto casaro e tenuto in grotta a invecchiare. E’ diverso essere consapevoli o no se l’olio con cui abbiamo condito la nostra semplice insalata è un meticcio rilavorato o un cultivar extravergine fresco di frantoio. E’ diverso infine sapere se il vino che ci hanno versato nel bicchiere è un nebbiolo o un sangiovese o un frullato di mosti di cui si ignora la provenienza.

Questa consapevolezza accentua la percezione di ciò che mangiamo e ci dispone meglio, a mio parere, verso il pasto, operando, come minimo, sull’affinamento del gusto in generale. Quindi non è solo una questione di scelta salutistica ma anche di crescita culturale in generale.

Secondo esempio. Possiamo guardare un quadro e limitarci a dire se ci piace o meno. Ma se per passione ci dilettiamo di pittura oppure vogliamo incrementare le nostre conoscenze sulla materia, non è indifferente sapere se il quadro è un olio o un acquarello, se su tela o su legno o su carta, se è stato fatto a pennello o a spatola, se i colori sono acrilici o naturali e così via. E poi, progredendo, passare alla cifra stilistica, al suo inserimento in una corrente pittorica piuttosto che a un’altra. E, andando oltre, capire se esistono richiami o contaminazioni rispetto alle opere di periodi precedenti. Possiamo entrare in una pinacoteca guardare frettolosamente i quadri ed uscire dicendo semplicemente “ quello di Tizio, appeso a destra entrando nella sala rossa mi è piaciuto un sacco” oppure farsi qualche idea in più anche sul manufatto, giacché quello specifico quadro, quel risultato è sempre in qualche modo frutto della tecnica, dagli strumenti utilizzati, dello stile dell’autore e di una narrazione più o meno felice. A me piacciono molto le icone, ma ho scoperto, con viva sorpresa, che la tecnica che sta dietro a questa lavorazione è oltremodo complessa e determina risultati diversi. Se prima quando guardavo un’icona mi limitavo a guardare il soggetto e – con la pancia – orientavo la mia simpatia verso una piuttosto che un’altra, l’averci messo dentro il naso – con tutti i limiti della mia conoscenza – ha cambiato completamente la mia prospettiva e consapevolezza nel giudizio, pur fallace. Mi sono accorto che alcune cose che prima mi piacevano sono risultate paccottiglie da bancarella, mentre altre che non consideravo neppure sono davvero rigorose e degne di massima attenzione e stima.

Quale grado di stima e credibilità accordiamo ad una persona che – dichiarandosi evoluto in materia – non distingua una crosta da un quadro e giudichi solo in base alla sua “sensibilità”, che peraltro è sempre figlia della conoscenza?

Terzo e ultimo esempio. A molta gente piace la musica in generale. Anche qui ci sono due classi di appassionati, quelli che io chiamo – e lo dico absit iniuria verbis , quindi col massimo rispetto – ascoltatori di canzonette e quelli che invece cercano di farsi una cultura musicale. Intendendo per quest’ultimi coloro che – banalizzo per fare un esempio concreto – pur non riuscendo in un corale a distinguere  le parti cantate dalle varie sezioni, sono già in grado quanto meno di capire se si sta cantando a canone o no ovvero se è in modo maggiore o in modo minore, se ci sono alterazioni. Questa consapevolezza, che in genere appartiene di chi studia musica, aumenta a mano a mano che progredisce la conoscenza e la tecnica. Certo che un genere musicale può appassionare di più rispetto ad un altro, certo che una melodia (ma anche qui ci sono le furbate per renderla gradevole alle orecchie dei semplici) può attirare di più rispetto ad altre in cui gli armonici risultano più complessi da gustare, ma su quale gradino della scala è possibile collocare un chitarrista se questo conosce solo gli accordi di Re maggiore e La7 ma ignora il Remaj7 e il Do semi diminuito?

Tutto questo dove ci porta?

Ci porta – a mio modesto avviso – alla consapevolezza che anche nella fotografia, come tutte le arti o ciò che è loro prossimo, la conoscenza del fatto tecnico non può essere disgiunto da quello artistico se si vuole comprendere e valutare nella sua interezza un’opera.

Poi possiamo benissimo ignorare tutto questo, non c’è alcuna legge che lo imponga, ma sotto il profilo sostanziale, l’autorevolezza di giudizio di chi sa individuare, esaminare e tenere nella giusta scala di valore gli elementi materiali di un’opera ha ben altro spessore di chi questi elementi li sottovaluta ovvero li ignora .

Può anche non appassionare il sapere quale obiettivo e quali parametri sono stati impiegati in una foto. Ma trovo non solo corretto conoscerli ma anche utile per la crescita tecnica che – lo ribadisco – accompagna i tempi di quella artistica. Peraltro non è neppure indifferente conoscere ed apprezzare le differenze di risultato prodotte da un Trioplan (derivato dal tripletto di Cooke) rispetto ad un Biotar con schema ottico doppio Gauss.  Non è solo un processo storico e tecnologico quello che vi sta dietro. Ne derivano comportamenti che si riflettono – eccome – sulla ripresa dandole una connotazione specifica esattamente come un determinato filato la conferisce al vestito su cui è impiegato.

Non voglio convincere nessuno, ma credo possa essere difficilmente contestabile il fatto che oggi molti plug-in presenti nei più affermati programmi di editing per la post produzione fotografica propongono filtri e aggiustamenti che – nella realtà – sono ispirati ai comportamenti di pellicole piuttosto che obiettivi del tempo che fu. Penso alle vignettature piuttosto che al soft focus, piuttosto che ai viraggi e via dicendo. Trovo paradossale che molti impiegano questi artefatti ignorando che essi affondano le loro radici e la ragione stessa della loro esistenza nel revival di fenomeni tecnici ben noti e studiati ma, sfortunatamente, ignorati dalla maggioranza di persone.

Ero e resto convinto – ma credo che ci possiamo contare in pochi quelli attestati su questa posizione – che la crescita culturale debba accompagnare ogni nostra attività, non di meno quelle che facciamo per pura passione e diletto. Il fatto che da esse non traiamo risorse con cui sostenerci, non significa che debbano essere scarsamente tenute in conto e relegate al margine. L’approfondimento è sempre cosa buona e giusta. Non ci obbliga nessuno a ricercarlo, ma non possiamo – ritengo – misurare la nostra crescita e comprensione all’interno di un anche pur semplice hobby se ne rifuggiamo considerandolo superfluo.

Una obiezione che potrebbe essere rivolta a queste argomentazioni che – ripeto – non hanno la pretesa di voler convincere alcuno, potrebbe essere: “ Ma sapere tutto ciò aiuta a fare foto migliori?”. Prima di rispondere mi permetto solo di ricordare un piccolo e poco noto fatto ai pochi lettori che hanno avuto la pazienza di leggermi.

Stanley Kubrick era un regista ( ma era un appassionato  fotografo) noto per la sua pignoleria e cura dei dettagli. Fu – che io sappia – l’unico che si preoccupò, per girare il film Barry Lindon, di acquistare tre dei dieci esemplari di un obiettivo mostruoso (il Planar Zeiss 50mm f/0,7, prodotto per la NASA) in quanto a lui necessario, come di fatto fu, per le riprese degli interni a lume di candela. Fino ad allora la luce degli interni di tutti i i film di ambientazione storica, come ad esempio quelli sugli antichi romani, era costruita artificialmente, anche se apparentemente allo spettatore pareva che essa provenisse da torce o fuochi accesi. In Barry Lindon la fedeltà e rigorosità delle riprese negli interni illuminati dai candelabri, come accadeva realmente ai tempi in cui il film era ambientato, fu assoluta. Bene, ancorché possa presumersi che il novanta e passa per cento delle persone che abbiano visto o vedranno quel film ignorino questo particolare, non ignorarlo ed apprezzare anche attraverso questo dato la grandezza del regista non può che aiutare la visione, a renderla, come si dice, più coinvolgente.

Stanley Kubrick fece un film migliore di quello che avrebbe potuto fare se non si fosse avvalso di quell’ottica? Non lo sapremo mai. Ma un fatto andrebbe comunque ammesso: che aver ricercato la perfezione ed aver impiegato un obiettivo che rendesse il meglio in quel contesto lo ha certamente stimolato a dare il massimo. Possiamo vedere Barry Lindon e giudicare alla fine se ci è piaciuto o meno, ma se ne apprezziamo la finezza delle riprese esattamente come apprezzeremmo il fatto di bere un ottimo champagne in un calice di cristallo purissimo, non possiamo non convenire sul postulato su cui questa tesi si regge.

Traslando sulla fotografia anche amatoriale, possiamo benissimo scattare ed infischiarcene di che cosa abbiamo tra le mani, ma se sapessimo di avere un vetro speciale, uno di quelli che hanno nelle corde una qualità che solo quel tipo di lenti possiede, sono assolutamente certo che ci ingegneremmo per spremere il massimo dalle nostre capacità e ogni scatto lo censiremmo come si fa con i punti fissi di una mappa del tesoro. Esattamente come un violinista che può benissimo suonare il suo pezzo con uno strumento qualsiasi, ma che se si trovasse tra le mani uno Stradivari o un Guarneri del Gesù sentirebbe perfino la sua anima attaccata all’archetto e avvertirebbe vibrazioni ineguagliabili. Ma anche lo spettatore colto, ascoltando lo stesso brano, si disporrebbe diversamente a cogliere quelle sfumature che s’immagine appartenere in esclusiva a quello strumento. Almeno questo è ciò che io penso.

E qui concludo. Certo, tutto questo comporta fatica. Obbliga allo studio ed a dedicare tempo alla ricerca. Costringe a impegnarsi su un versante che non è esclusivamente ludico. Non ho voluto con tutto questo dire che per fare cose eccelse servono per forza strumenti eccelsi, ma che la conoscenza del mezzo e della tecnica impiegata non sono “cose da meccanici”, non appartiene alla sfera del superfluo e del poco emozionale, tutt’altro. Ne è parte integrante.

Chiudo come ho iniziato, rifacendomi al titolo scelto.

Possiamo decidere se ubriacarci col Barbera o con lo Champagne. Ma almeno – prima di levare il primo calice – non guasta affatto essere consapevoli che si stia davvero bevendo Barbera o Champagne e non che ci abbiano versato un vinaccio da oste della malora o uno spumantino fermentato da bottega rionale.  Poi ognuno si comporti come meglio gli aggrada.

Prosit.

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