Le otto “W” della fotografia

16 Feb

Credo che tutti conoscano le cinque W (regola aurea dello stile giornalistico di formazione anglosassone) ritenute i cardini fondamentali nell’attacco di ogni articolo:

  • –  WHO (« Chi») – Di chi stiamo parlando
  • –  WHAT («Cosa») – Di che cosa stiamo parlando
  • –  WHEN («Quando») – Quando è successo ciò di cui stiamo parlando
  • – WHERE («Dove») – Dove si è verificato
  • –  WHY («Perché») – Perché è accaduto

Risulta che un noto giornalista televisivo americano, specializzato nel campo della comunicazione, abbia rivisitato le cinque W del giornalismo modificandole come segue:

  • –  Who are we trying to communicate to? – A chi stiamo cercando di comunicare?
  • –  What do they want to talk about? – Di che cosa la gente è interessata a parlare?
  • –  Where are they going to be receiving this information? – Dove ( e con che mezzo) riceveranno questa informazione?
  • –  When are we delivering it? – Quando questa informazione verrà erogata?
  • –  Why should they care about receiving it from us? – Perché la gente dovrebbe essere interessata a ricevere questa informazione da noi piuttosto che da altri?

Indubbiamente un modo del tutto moderno per impostare l’informazione, nel quale, per dirne una, si sposta il soggetto (Who = Chi) dalla persona di cui si intende parlare, alla persona alla quale si intende parlare. Se si legge attentamente questo secondo schema, si osserverà che viene privilegiato non l’ oggettività di un fatto in sé ma l’adattamento dello stesso al pubblico a cui dovrà essere raccontato. In un certo senso la priorità va all’uditorio in modo da modulare formulazioni,  tempi e modi per renderle appetibili e più “vendibili” presso lo stesso.

Un approccio potremmo dire più “politico” e “pubblicitario” che stravolge quello più pragmatico della tradizionale formula giornalistica.

In realtà nulla di nuovo sotto il sole. Già nell’ambito filosofico e teologico morale risulta ben noto lo schema creato da S. Tommaso d’Aquino. Il filosofo codificò una distinzione tra condizioni inerenti l’oggetto e quelle che riguardano il soggetto. Non è secondario infatti mettere in evidenza le circostanze in cui il “Who (Chi)”  ha agito, in considerazione del fatto che tali circostanze posso mettere sotto altra luce il fatto (” What (Che cosa)”.

Cosicché il filosofo aquinate aveva aumentato ad otto il numero degli elementi di un fatto o azione. Ma siccome a quel tempo la lingua franca era il latino e non l’inglese, le elencò come segue:

  • –  QUIS ( Who – Chi) – chi ha commesso l’azione?
  • –  QUID ( What – Cosa) – che cosa ha fatto costui?
  • –  QUANDO (When, Quando) – quando è accaduto il fatto?
  • –  UBI (Where, Dove) – dove è successo ciò di cui si parla?
  • –  CUR (Why, Perché) – perché il fatto si è verificato?
  • –  QUANTUM  – di che ammontare si tratta (inteso come valore o quantità)?
  • –  QUOMODO – in che modo il fatto si è realizzato?
  • –  QUIBUS AUXILIIS – con che mezzi o strumenti è stato possibile commetterlo?

Incredibile dictu, in epoca attuale, l’antico elenco composto da S.Tommaso d’Aquino appare pienamente conforme ad una corretta informazione. Anzi, paradossalmente risulta più moderno e completo dello schema a cinque W proposto dal mondo giornalistico anglosassone e più obiettivo e meno strumentale (inteso come a servizio di) dello schema pubblicitario.

Mi sia perdonata questa lunga, ma ritengo utile, premessa. Qualcuno si starà domandando che cosa c’entri tutto questo con la fotografia. A mio parere moltissimo.

Soprattutto lo schema ad otto punti mi pare pienamente utilizzabile sia nel campo della lettura fotografica, che nella realizzazione di una ripresa fotografica.

Mentre lo schema a cinque punti proposto dal moderno comunicatore americano potrebbe avere una qualche validità nell’assegnare un valore di efficacia comunicativa (con relativo valore economico) per una immagine che deve accompagnare una campagna pubblicitaria, in un contesto generale lo schema ad otto punti rappresenta una meravigliosa tabella di riferimento.

Esaminando una qualsiasi foto potremmo cominciare a chiederci:

  • –  Chi è il soggetto della fotografia? ( Già questo aspetto è di grande valore se si pensa alle spaventose quantità di immagini in cui non si capisce chi esso sia).
  • –  Quale fatto viene rappresentato? ( Un ritratto, una scena ambientata, un panorama,…)
  • –  C’è correlazione temporale o ambientale? ( Storica, sociale, )
  • –  Traspare la localizzazione? (Contesto geografico o semplicemente contestuale)
  • –  Emerge lo scopo della fotografia? ( Estetico, narrativo, didascalico, burlesco, astratto…?)
  • –  E’ una immagine singola o è parte di una sequenza o reportage più articolato?
  • –  In che modo il fotografo ha prodotto la sua fotografia? ( Prospettiva, posizionamento,…)
  • –  Di quali mezzi si è avvalso per realizzarla? (Ottici e meccanici oppure chimici o informatici)

Già questa elencazione permette di formare un quadro sufficientemente completo  ai fini di una analisi fotografica, perché risponde a delle domande che vanno al di là della semplice affermazione: mi piace o non mi piace.

Mi piace o non mi piace è una reazione istintiva e assolutamente comprensibile che non può essere sottovalutata. Tanto per dirne una, ogni giorno milioni di persone acquistano oggetti solo per il fatto che a loro piacciono, infischiandosene bellamente di sapere chi, dove, come, quando e con che cosa sono stati prodotti. La stragrande maggioranza passando davanti ad una vetrina e vedendo un paio di scarpe che aggradano anche per il prezzo, entrano e chiedono se hanno il numero giusto. Punto. Se proprio non si accorgono della presenza di un qualche inconveniente o difetto, lo acquistano e non si domandano chi lo abbia fisicamente prodotto, in che condizioni lo abbia fatto e con quali prodotti chimici sia stata trattata la tomaia.

Intendo dire con questo che la soggettività, l’impressione immediata sovente determina una scala di valori. Un antico adagio recita: la prima impressione è quella che conta. L’esperienza della vita, invece, ci racconta come molto spesso persone che a prima vista apparivano scostanti e antipatiche si siano, col tempo e la frequentazione, rivelate generose, disponibili ed amici sinceri.

Una fotografia, come tutte le arti visive, si regge in primis su aspetti formali che queste righe non intendono oscurare. Pacchiani o imperdonabili errori formali non possono trovare totale compensazione nella bontà dell’idea che regge la produzione fotografica. Pur tuttavia esistono delle famose eccezioni che dovrebbero tacitare i formalisti radicali. Mi riferisco – per fare un esempio clamoroso – alle immagini scattate da Robert Capa (il cui vero nome era Endre Friedman) sullo sbarco in Normandia durante la II° Guerra Mondiale. Delle 72 foto che Capa scattò quella mattina, per un errore di un tecnico di laboratorio, se ne salvarono solo 11. In particolare diverse immagini mosse, neanche correttamente esposte, ma che rappresentano una rara testimonianza di quel terribile e sanguinoso evento. Per la cronaca, l’immagine fu pubblicata da LIFE con una didascalia che le segnalava come ” Slightly out of focus “, appena sfocate.

Chi la guardasse, men che distrattamente, sarebbe obbligato ad andare al di là dell’immagine scarsamente nitida. In essa ci sono tutti gli otto punti dello schema: un soldato immerso nel grigiore dell’acqua gelida e immaginiamo vermiglia per il sangue dei caduti (il CHI), il tentativo di arrivare vivo sulla spiaggia (CHE COSA), il momento storico del 6 giugno 1944 (QUANDO), il contesto formato dalle difese disposte dai tedeschi sulla battigia di Omaha Beach (DOVE), il fatto documentativo ( PERCHE’), e infine: sappiamo che è un’immagine tratta da un reportage, che Capa visse lo sbarco in prima persona rischiando la propria vita in mezzo ai proiettili e la prospettiva era la stessa dei soldati, che utilizzò una fotocamera 35mm ed un obiettivo a focale fissa. Ma soprattutto, sappiamo che queste foto sono un documento eccezionale su un episodio storico sanguinosissimo ripreso in diretta.

Tutto questo dovrebbe insegnare che guardare una fotografia, per certi versi, è un po’ come guardare una persona. Va bene la prima impressione, ma bisognerebbe sforzarsi di andare oltre. Per questo le otto W ci possono tornare utili. Imparare ad analizzare non è solo un esercizio di obiettività, ma ci pone al riparo da esprimere giudizi immediati e non sorretti da altro che non siano la nostra personalissima e umanamente fallibile sensazione.

capa-normandia

 

http://www.bensaver.it

© diritti riservati – vietata la pubblicazione non autorizzata (SB)

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s

%d bloggers like this: